—Delle fragole non ce ne sono che per noi,—disse il duca, osservando sul tavolino.
—Dove?—ripetè il conte seguendo il suo sguardo.
Ida aveva sollevato il capo curiosamente.
—Ma dove le cerchi, Enrico? non le vedi sulle labbra di Ida?
Ida, che stava per scoppiare a quella mancanza del suo frutto prediletto, sorrise, e Giuseppe entrò coll'arrosto di bue affettato in un piatto d'argento bislungo; lo depose sull'orlo del tavolo, ritirandosi coll'indifferenza corretta di un cameriere, pel quale le stravaganze dei padroni non hanno nulla di strano. Giustina era uscita. Ida, colla testa sotto la mensola dell'Apollo, coperta da quell'ampia veste, che su quel raso cupo aveva l'ardore d'una nuvola accesa dal sole in fondo all'orizzonte marino, guardava i suoi due nuovi camerieri con gioia insieme puerile e profonda. Il conte aveva portato sul letto un piattello di paste, il duca una bottiglia di rosolio chinato, e si erano entrambi seduti sulla sponda mangiando, fingendo dimestichezze da servitori innamorati della padrona, mentre ella li strapazzava fra uno scoppio di riso, prendendo certe arie di testa di un'incantevole seduzione. Ma realmente non avevano fame; il duca aveva mangiato al club, il conte, ancora agitato dalle scene precedenti, conservava appena un appetito di ghiottoneria. Il letto a molle, cogli spigoli fortemente imbottiti, cedeva lenemente verso il mezzo avvicinandoli a Ida, che si affondava come sotto un mucchio di rose, attirandoli colla gaiezza del sorriso e l'abbandono della posa. In quella camera così severa, illuminata da una luce fioca, tra que' mobili di trapassati, su quel letto imperiale rischiarato in alto dalla casta nudità dell'Apollo, ella felice nella soave mitezza della veste, una pasta fra i denti, era ancora una stranezza, la maggiore e la più artistica. Una beatitudine trepida apriva loro tutti i sensi, mentre scendevano il declivio capzioso del letto, respinti dall'ombra e dalle punte di tutti quei mobili secolari verso quella veste rosea, sotto il baldacchino bianco, come ad un ricovero di colori dolci, incomprensibile ed incantevole, un nido, un immenso fiore, una conchiglia, nella quale Ida metteva il suo pallore di perla, la sua morbidezza di rosa, il suo odore di donna. Parlavano adagio, i sorrisi filavano collo splendore illanguidito delle stelle, le parole avevano come un tremolìo di petali, un fruscìo di trine. La fronte rivolta verso Enrico, che teneva il vassoio in mano, Ida mangiava dei confetti fondenti come falde di neve, una evaporazione di rosolio magicamente congelata. Poi una carezza si diffuse sulla faccia della fanciulla, gli occhi le si inumidirono, ed un bagliore azzurrognolo le scese lungo i capelli, spegnendosi sul candore dell'origliere. Improvvisamente le parve di essere davvero sul letto con lui, sola, prostrata in una voluttà non ancora corrotta dall'abitudine. Il conte se ne accorse; una ruina gli avvallò nell'anima, come se tutti gli ostacoli e le resistenze di quella donna svanissero di un tratto, ed egli bello come l'Apollo scendesse dalla mensola a capo del letto per sdraiarsele sul seno, sotto quella nuvola di neve.
Ma non durò che un minuto. Ida si allungò per prendere un'altra pasta, egli attirato invincibilmente da quel gesto le tese la mano. La fanciulla la ritirò.
—Guardate, duca, se Enrico non pare proprio un cameriere innamorato: versatemi dunque un bicchierino.
—Eccolo.
Se non che Ida si trasse sulla sponda e vi si allungò, obbligando il conte a levarsi, mentre il duca accorreva col bicchierino dall'altra.