—No, inginocchiatevi qui tutti e due: prenderò quello che voglio. Voi per il primo, conte, qui al cuscino, ma tenete il piatto alto; voi, duca, lì. Una volta le dame erano servite in ginocchio dai più grandi cavalieri; allungate dunque il piatto, Enrico, mio bel paggio. Avete visto quell'adorabile quadretto, I favoriti della duchessa? È un paggetto di sedici anni, lungo, esile, che tiene sulle ginocchia il muso di un levriero, mentre guarda un falchetto, che gli stride sopra una specie di leggìo. Ah!—s'interruppe:—e il thè? Aspettate che suono, non vi movete.
Ed afferrò il cordone del campanello sotto il baldacchino.
—È un quadretto adorabile,—ella seguitò:—il paggio vi somiglia quasi, Enrico; voi, duca, sarete il falco. Siete un po' più spennato, ma, per quanto realistica, l'arte non è mai tutta la realtà. Io sono la duchessa, che nel quadro non si vede, ma si indovina, una duchessa focosa e insensibile, che ha dei capricci d'usignuolo e delle carezze da tigre.
Giuseppe e Giustina, che entravano in quel punto, meravigliati dei due in ginocchioni come due ragazzi ascoltando la lezione della maestra, frenarono a fatica una risata. Il conte li sentì e n'ebbe un insulto di malessere, che gli fe' tremare il piatto nelle mani.
—Non abbassate dunque il piatto così, mi costringerete a cacciarvi, se mi sciupate il mio quadro. Io sono la duchessa, come ne esistevano qualche secolo fa, e ora non se ne trovano più; voi, duca, il falco, voi, Enrico, il paggio. E il veltro bianco? Sarà Jela. Siete i miei favoriti,—proseguiva con uno stridore di lama nella voce,—più umili dei miei domestici, che posso insultare ad ogni capriccio, perchè io vi ho regalato tutte le mie bassezze di donna per potervi amare senza pericolo. Oh! come siete vili!—esclamò,—voi gli ultimi di un'aristocrazia, che ha fatto le crociate. Come siete vili!
E scoppiando in una risata sonora, quasi avesse sino allora declamato uno squarcio di commedia, li guardava torcendosi sul letto nelle convulsioni di una gioia così vera e nullameno così inesplicabile, che il duca ed il conte ne rimasero intontiti. Questi accennò di alzarsi.
—Che! che!—intervenne Ida imperiosamente.—Preparate il thè, Giuseppe; tu, Giustina, butta qualche pastiglia sul fuoco.
Giustina si avanzò subito per pigliare una piccola scatola sul tavolo da notte presso il conte. Il suo volto slavato aveva un'espressione contenta di sarcasmo guardando la padrona.
—Che te ne pare?—le disse Ida famigliarmente.