—Fino al mattino? Ma allora andatevene, voglio dormire questa notte: andatevene, a domani sera.
—Andiamo, zio.
—Oh no! non vi ho detto che voglio dormire,—ribattè Ida, abbandonandosi sulla spalla del duca. Questi la cinse con un braccio.
—Vedi bene che scaccia te solo: veramente è presto, non sono che le dieci. Ma se vuol dormire dopo...
—Dopo?!—rispose il conte con una inflessione di scherno, impallidendo, mentre Ida lo guardava cogli occhi socchiusi come nel languore del sonno.
—Andate al club?—gli chiese stancamente, tendendogli la mano.—Se ci vedete Buondelmonti favorite di dirgli che accetto: domattina alle dieci.
—Un appuntamento?
—Sì, voglio provare il suo bel cavallo prima di comprarlo. Così mi risparmierete di scrivergli: egli è così sciocco, che sarebbe capace di mostrare la mia lettera, vantandosene.
Il conte titubava ancora, non avendo in tutta la sera potuto ricordarle la promessa dell'ultima volta. Ma il duca col busto stecchito per sostenere il peso di Ida, che gli si aggravava addosso di tutta la persona, le aveva preso una mano e gliela sbatteva sul tavolo col vezzo dei bambini; e vi era tanta naturalezza nel loro gruppo, che si sarebbero detti due sposi. Il conte sentì un turbine di polvere passargli sugli occhi, ma volle dominarsi; salutò lo zio, strinse la mano a Ida.
—Buona notte.