IV.
Alla vigilia di compiere il lungo e feroce disegno Ida si sentiva come stanca. La notte non aveva dormito. Nella insonnia, che le rendeva aspro perfino il contatto levigato delle lenzuola, i suoi nervi avevano una sensibilità così sospettosa, che il duca si era affrettato ad andarsene senza nemmeno interrogarla su quello specioso appuntamento con Buondelmonti. D'altronde si proponeva di spiarlo. Ida, seduta al lavabo, lo aveva veduto partire, come chi si affretti sotto un uragano imminente. Una rilassatezza greve l'abbatteva sulla poltrona, dandole certi moti pigri, certi gesti prolungati, i quali stupivano Giustina, usa tutte le mattine ad una brevità piuttosto secca di comandi.
Si era appena attorcigliate le trecce sulla nuca, aveva infilata un'ampia veste da camera di lana col cappuccio, bianca come la tonaca di un domenicano, poi era passata nel gabinetto nero ordinandovi il fuoco. Fuori il mattino raggiava. Un enorme sorriso, vibrante, ostinato, inondava cielo e terra, ravvoltolandoli come in un velo immenso di una trasparenza abbagliante, colle pagliette accese e le pieghe in fiamme. Ida aveva detto a Giustina di abbassare una metà della tenda, di voltare il dosso della poltrona alla finestra, e vi si era allungata. Giustina indifferente a quella preoccupazione della padrona, era ritornata poco dopo colla macchinetta in argento per il caffè; ma Ida le aveva levato gli occhi in volto, rispondendo bruscamente:
—No.
—Allora mi ritiro.
L'altra non aveva replicato.
Teneva i piedi sulla piccola balaustra di bronzo, la testa sulla spalliera, la lunga veste ammassata sul tappeto come un veltro bianco. Le fiamme, lingueggiando sulla lastra nera, avevano una purità così diafana, che le illuminava i pensieri nella mente. Le pareva di vederli ondeggiare, storcersi ad ogni alito, risolversi nel guizzo di un colore e riapparire ancora avventando scintille come i fanciulli gettano un grido. Per qualche tempo quel giuoco l'interessò. Il casimiro della sua veste bianca scaldandosi al riverbero della fiamma si marezzava di bagliori metallici, che le salivano per le gambe e le si spegnevano sulla faccia. Ma in quel placarsi dei nervi un turbamento le si elevava dalla coscienza colla inesorabilità di un'ombra e la confusione di una tempesta. Era una melanconia, una scontentezza, un rimorso forse mille volte respinto, ricacciato nell'abisso, e che ne usciva sporgendo la testa di spettro. Ella lo conosceva. Sentiva questo rimescolamento della coscienza, la sua vita passata risalirle intorno, distendendosele sotto lo sguardo, dalla elegante veste bianca sino lontano, con una sconsolata miseria di landa. E la percorreva avanzando per quella vuota prospettiva, riconoscendone alcuni lembi, ritrovando molte orme, circondata da un silenzio, che sembrava accrescere la nettezza della visione. Rivedeva il suo villaggio in una vita spettrale, la gente che si muoveva, lavorava senza mai alzare la testa, senza barattare una parola, come tanti automi, che si spostassero adagio con una felicità meccanica. Lo rivedeva in una precisione di sogno, poi la città, l'istituto, la sua camera, il suo vestito nero, il lutto della sua giovinezza insanguinata dalla ecatombe di tanti desiderii, smorta dalla insonnia di tante notti; ella sempre sola in una pensierosità di prigioniero, e poi il villaggio ancora, ma in una luce più slavata, in un crepuscolo autunnale. La lebbra de' muri si era inverdita, l'orto più piccolo aveva una vacuità di deserto, mentre il villaggio si allontanava in un murmure lontano e il crepuscolo lasciava cadere una cenere fina ed intirizzente fino dentro alla camera, dalla quale ella guardava intontita attraverso i vetri, colla sensazione fissa di quella cenere, che pioveva sempre, lontano, in fondo all'orizzonte, da ogni lato, soffocando ogni rumore, annegando ogni forma, aumentando ciecamente, mutamente.
Quindi rivedeva il castello di Valdiffusa fra un anfiteatro di verzura, col bosco delle elci, umido e severo. Un uccello zufolava il ritornello di una canzone, i monti avevano una monotonia grandiosa, un silenzio pieno di fremiti e di sussurri. Ella era vestita ancora di nero, ma la coscienza le si era allargata come quella valle, colla forte tranquillità delle elci e la semplicità bruna e feconda del bosco. E una apparizione fantastica la investiva con un riso perlato, che batteva tutti gli echi, e tutti gli echi rispondevano sgranando le loro note cristalline fra uno stormire di alberi, un pigolìo di uccellini, un crepitare di bottoni, mentre Jela ancora bambina, le sottane e i capelli al vento, le correva incontro fra un raggio di sole, che l'ardeva sollevandola e gliela lasciava cadere sul petto con un abbandono di viola, che piega il capo.
Si amavano. Jela era tutta carezze, il castello prestava la sua vastità per i loro giuochi, la sua libertà, i suoi cavalli, Febo baio colla criniera che Ida aveva tante volte intrecciata di cordelle azzurre. Quindi correvano, folleggiavano; ma Ida si vedeva pur sempre innanzi una distesa, un deserto dietro quei monti, oltre tutto quel verde, che si perdeva in fondo, nel chiaro, nella nebbia e, avvicinandosele talvolta sino al petto del cavallo, svaniva poi all'improvviso.