Perchè mai odiava tanto il conte Enrico? Non lo aveva amato, o almeno ne dubitava, perchè quella passione le scendeva più dalla testa che non le salisse dal cuore. Le pareva bello, benchè non lo fosse; un grazioso biondo meschino, un marito per Jela. Ella se ne accorgeva, se ne era subito accorta, ma una segreta attrazione di battaglie la trascinava verso quel gracile aristocratico, che le veniva incontro dal mondo tanto sognato, con un sorriso di superiorità insuperabile sulle labbra. L'odio accumulato negli studi e nelle ultime miserie le si ridestava in fondo all'anima, mentre coi sensi ancora ammaliati e col più cinico scetticismo della ragione ella spremeva come una raffinatezza lasciva da quella sua mostruosa bellezza. Ella avrebbe voluto soggiogarlo come il povero Rocco, travolgerlo nella fiumana dei propri impeti, per abbandonarlo forse sdegnosamente sopra un greto sassoso; ma il conte le passava vicino senza sentire la sua eccellenza, giudicandola una povera maestra. Quindi ella così malata di orgoglio piegava sotto quella indifferenza di un aristocratico. Poi si ricordava come il conte l'avesse presa alla stessa pania che ella il duca: si ripeteva le parole, le risposte, i ripicchi delle loro conversazioni, nelle quali ella aveva quasi sempre la peggio; si rammentava quella osservazione di Stendhal su Rousseau, che la superbia del genio non è mai tanto forte da soffocare l'umiliazione della nascita, Rousseau piangente di orgoglio perchè un principe imbecille gli aveva offerto il braccio: osservazione, colla quale ella si era sferzata mille volte nella violenza dei propri dispetti.
Evidentemente ella non aveva nè spirito nè ingegno. L'albagia, colla quale credendosi una Sand trattava la gente, era ancora una ridicolezza di più nella sua vita già così falsa; la sua abilità nel maneggio degli uomini una pretenzione, che il fato aveva rudemente schiaffeggiata. E uno scoramento afflitto, quasi dolce, l'invadeva. Si era creduta un poeta, una scrittrice, odiata, ammirata, fischiata da tutto un popolo, e non era stato nulla: non aveva salito nemmeno il primo gradino della scala; era una ragazza uscita dall'istituto, come tanti ragazzi escono dal liceo, con qualche brandello di idee ed una deformità d'istruzione. S'era creduta una donna non bella, ma irresistibile, e il primo contino l'aveva battuta, e se il duca, un vecchio rimbecillito, non l'avesse raccolta, la raccoglieva forse la questura; si era creduta la elevatezza, la finezza di una dama, ed ecco che, contrariamente a tutti i suoi piani, era lo scandalo della città, tutti parlavano sprezzantemente di lei, che commetteva scene di una audacia sguaiata siccome l'ultima con Jela nel salone della lotteria, senza trovare nemmeno una risposta veramente spiritosa per demolire quel simulacro di donna.
Ella s'inabissava sempre più. Col corpo rilassato, depresso nella voluttà dei bambini, che si schiacciano sotto un gran peso, osservava le brace del camino bruciare con una soavità di piccole fiamme, piene di colori gemmei, sotto il velo della cenere, bruciato anch'esso e tagliuzzato sui tizzoni, che ne sembravano involuti. Diventando la mantenuta del duca di Rivola ella si era tracciato tutto un abile piano di vita; vendicarsi del conte innamorandolo, ma rimanere nascosta, invisibile, finchè avendo accumulato un piccolo patrimonio potesse partire quindi per Parigi o per Londra alla ricerca di un marito. Lo aveva seguito fedelmente nella parte finanziaria, malgrado la ricchezza dell'appartamento, nel quale erano passate tutte le sue economie, ma donde avrebbe sempre potuto ritirarle, aveva disteso in proprio nome le scritture di locazione; faceva ella stessa tutti i contratti, si ordinava le carrozze, si comprava i cavalli. Il cocchiere non conosceva che lei, e non avrebbe attaccato una carrozza ad un comando del duca. In quel disordine apparente di vita teneva la propria casa con una regolarità meticolosa, voleva sapere e conoscere tutto, pagava poco i servitori e li trattava alteramente. Sebbene prodiga per natura, si era fatta avara, rivendeva quasi tutti gli abiti vecchi, discuteva seco medesima la più piccola spesa. Una volta il duca, pregato dal prefetto, le aveva chiesto di presentarle Laura, la mantenuta fuggita poi con un impiegato; ma Ida era entrata in una collera così violenta che il duca, in fondo felice del rifiuto, le aveva regalato per placarla quel magnifico lavabo.
Viveva sempre sola: sulle prime non aveva voluto nemmeno la carrozza, poi il lusso l'aveva ubbriacata e si era mostrata qualche volta, più spesso, assiduamente, ai teatri e ai passeggi, cacciando Jela ed Enrico con una ostinazione demente. Così la grande città, che doveva ignorarla e che ella aveva scelto per il teatro della prima campagna, ripeteva per tutte le bocche il suo nome, interessandosi più a lei che non alle più ricche signore, alle mantenute più troneggianti. Ma nonostante tutta la cecità del suo odio e le lusinghe vanitose, quella impura celebrità l'angustiava per l'avvenire. Quindi un dispetto doloroso le peggiorava quella solitudine senza amici tranne il povero Savelli, non praticando che il duca, non ricevendo che il conte; molti signori le avevano fatto la corte, ma non aveva accettata se non quella di Buondelmonti. Ida pensava a tutto ciò, al nulla della vita, che si era figurata così splendida e rumorosa quando fanciulla all'istituto leggeva i primi romanzi ed osservava le piccole celebrità provinciali del vizio; quindi la sua anima, misantropa malgrado la bramosia insaziabile d'impero, si raggomitolava in sè medesima, divorando come un alimento la propria acerba malinconia. A che pro tanto armeggio? tanti sogni? tanti sacrifici? tante lotte? Il mondo le sfuggiva: appena qualche scioperato la conosceva e voltava la testa incontrandola; la gente passava oltre, forse anco la nominavano, ma come si legge un avviso sulla quarta pagina di un giornale. Allora avrebbe voluto essere un uomo. Poi il pensiero di Jela, della quale trovava spesso il nome nelle cronache dei giornali, le entrava nelle carni come un pungolo, quando la sera, d'inverno, accanto al fuoco, sola con un libro o un sigaro fra i denti, guardava tratto tratto la pendola avanzare con una lentezza disperante. A poco a poco l'isolamento la spaventava; ma quando entrava Savelli o il conte, come in faccia ad un avversario, col fioretto in pugno, rialzava la fronte e ritornava l'Ida eccentrica ma forte, con tutte le seduzioni della donna e le brutalità dell'uomo.
Fuori il mattino raggiava. Il cielo ampio e profondo aveva una limpidezza estiva, che lo dilatava. Malgrado la mezza tenda abbassata, il salotto se ne riempiva come di una sonorità, che scuoteva tutti i mobili ed animava di una vita tiepida quella tappezzeria a fondo marino, dove i colori sembravano dormire sopra una vegetazione naufragata. Dai mobili neri, che si squarciavano alla superficie sotto l'acuta pressione di un raggio, una polvere impalpabile, bionda, si sollevava sino ai vetri chiusi della finestra coll'apparenza di un muro diafano e tremulo, sul quale scendessero entrando i fantasmi del giorno. E il salotto perdeva in quella luce la espressione di tetraggine concentrata per una severità mondana ed elegante, che la veste bianca di Ida esilarava ancora colla sua stridente bianchezza, come un gran pizzo sul bruno castigato di una signora.
Ida era sempre in quella posa, domandandosi perchè odiasse tanto il conte Enrico. Nessuno al posto di lui avrebbe agito altrimenti, quindi ella, offendendosene, non era meno perversa che pazza. Era colpa del conte se ella odiava tutti i signori, ed egli era nato nella loro classe? Il conte era troppo piccino, troppo insulso, per sceglierlo a rappresentante espiatorio della propria gente. Perchè dunque sacrificare tutto a questa vendetta contro Jela, colla quale aveva dei debiti irredimibili di riconoscenza, e che ella sentiva così bambina e così buona? Ida non trovava la risposta. Aveva un tormento di febbre nelle vene, una malvagità fredda nella coscienza. E però un rimorso, nel quale si acuiva un rammarico di sconfitta, le penetrava sempre più innanzi, attraverso le barriere rovesciate di tutte quelle recriminazioni. Anche il povero Rocco era morto per lei; ella aveva ricevuta la notizia della morte del padre, aveva veduta morire la mamma senza la più lieve stretta di dolore, la più fuggevole incertezza di affetto. Chi era per sottrarsi così alle leggi della natura? E tutta la sua spavalda superiorità l'aveva condotta ad una prostituzione. Fango e sangue: il giorno, nel quale la rovina di quell'effimero edificio di vizi e di lusso le traesse il pianto dall'anima, la sua vita avrebbe trovato l'ultimo termine. Ella non aveva mai pianto, poichè le lagrime dell'ira sono come le gocce di sangue, che colano da una ferita.
E colla memoria vaneggiante nelle rappresentazioni del passato rivedeva Rocco, l'ingegnere, la mamma, che la guardavano con una spaventata attonitaggine, quasi aspettando di vederla piangere: e allora, irrigidendosi come tante altre volte, rispondeva alla desolata insistenza della loro attesa colla crudele caparbietà di una sfida:
—No.
Era iniqua, ma non importa: non voleva rimorsi, erano una viltà. Storici e poeti mentivano: Nerone non ne aveva provato, o se pure, tanto peggio per lui. Il rimorso è il dubbio de' ribelli, ma ella non si era mai ribellata, perchè non aveva mai servito, era nata libera, era ingenua. Il doppio senso di questa parola la fece sorridere. Andrebbe fino in fondo; poichè aveva torto e la sua vita si trascinava sopra una falsa strada, non le dispiaceva di schiacciare qualcuno nel proprio sbaraglio. Ma non voleva rimorsi. Se la notte aveva sofferto d'insonnia, ciò dipendeva forse da qualche disordine di stomaco: era troppo forte per queste debolezze, per deporre le armi a battaglia omai vinta. La notte seguente dormirebbe: le insonnie dei colpevoli non accadevano che in teatro, vecchia rettorica, buona per la plebe e per i pedanti. Nulla rassomiglia più al sonno di un galantuomo che il sonno di un delinquente: Despine l'aveva affermato giustamente. Quindi, colla esaltazione teatrale de' suoi momenti critici, si accovacciava nella reità di quell'agguato, assaporandone una squisitezza di ferocia. Rivedeva l'ingegnere negli ultimi giorni, la mamma negli ultimi momenti, Rocco nelle ultime notti, tutti questi vinti, e ripeteva come una provocazione la parola scritta sulla loro sola lapide: Forsan. La sua vita era infelice: perchè quella degli altri non lo sarebbe? Che importavano nel mondo la vita di Ida o quella del conte?