—Più tardi.

—Vi pentireste forse?

Un bianco sorriso sfiorò le labbra della fanciulla.

—Troppo tardi.

—Ditemelo.

—E quando l'avrò detto?

—Ci penso io.

—Sono io che ci penserò,—rispose sommessamente, appoggiando una mano sulla sedia con un gesto spossato. Buondelmonti fu pronto a farla girare e gliela offerse: ella sedette. Una lassitudine morbosa le intorpidiva i ginocchi, come se avesse ascesa frettolosamente e ridiscesa del pari la torre più alta. Poi allungò i piedi sino nel raggio di sole sdraiato sul tappeto, e tacquero. Nella commozione della fantasia quel raggio, che le saliva tiepidamente sugli stinchi, le parve un leone, che le si stirasse ai piedi. Riceveva sulle ginocchia il calore del suo alito, vedeva la polvere del deserto alzarglisi bionda dalla criniera, mentre in un luccichio del tappeto balenavano le chiazze dei suoi occhi di belva. Era la decorazione di quella scena.

—Che cos'è?—chiese di soprassalto, intendendo muoversi l'uscio.

Era Giustina, che al sopravvenire del capitano, malgrado l'ordine di Giuseppe, aveva giudicato di ritardare, ed entrava finalmente recando la colazione favorita di Ida. Al primo sguardo indovinò una scena violenta, ma infelice per il capitano: Ida era accigliata. Giustina depose il vassoio sopra un piccolo tavolo triangolare e glielo appressò. Conoscendo i gusti della padrona aveva già versato nella tazza di cristallo di rocca il latte, appena oscurato da poche gocce di caffè, e disposta sopra il piattino una piccola piramide di paste, appuntata da un confetto grosso come una susina. Il capitano si levò rispettosamente.