—Se il signor duca...
—Nemmeno; vai, senti: fa scaldare il mio bagno, subito, ho fretta.
Giustina fuggì quasi a gambe. Ella seguitò a passeggiare osservando tratto tratto il letto, animata in viso da un rossore d'infermo, aprendosi l'abito come se il bagno fosse già pronto a quel solo cenno e volesse smorzarvi l'ardore divorante delle vene. Parlava a mezza voce, poi, fermandosi con un gesto convulso e guardandosi innanzi colla fissazione sonnambula di tante volte, sorrise. Non erano che le quattro: bisognava aspettare due ore. Improvvisamente le parvero troppe: due ore ad aspettarlo sola, contando tutti i minuti, ciurlando in quel pensiero... Almeno avesse avuto il duca per distrarsi. Dal biglietto capiva che la scena con Buondelmonti doveva già essere scoppiata e corsa la sfida, ma poichè ella l'aveva combinata per il teatro, questa piccola infrazione del proprio disegno la liberava da ogni complicità. Quindi colla volubilità della donna si mise in questa idea e la percorse tutta: le parve di non aver nulla pensato contro il conte, il quale le scriveva per chiederle da pranzo, avendo certamente scritto a Jela un altro qualunque pretesto. Quella scema lo crederebbe: imbecilli ed ubbriachi non erano i prediletti della provvidenza? Ma le dispiaceva che Jela cadesse in quella scusa. Perchè la contessa dovrebbe ignorare il dolore del tradimento? Non l'aveva forse Jela scacciata una volta dal castello di Valdiffusa, sperando che ne morrebbe di miseria o d'infamia, mentre ella sarebbe accolta in tutti i saloni cogli omaggi della ricchezza e del nome! Ma il calcolo della contessina non era tornato: Ida era risorta più bella, come una minaccia e un'invidia egualmente dolorosa per tutte le signore. Quindi il suo orgoglio perverso le si alzava come un'immenso nuvolone, chele gitta va un'ombra fosca sulla faccia. Si rivedeva al castello, fuggendo dalla camera nuziale di Jela, inseguita dal suo gesto imperioso; e Jela non sapeva ora che Enrico stava per venire da lei, da Ida, che vi resterebbe tutta la notte, che era innamorato pazzo, morto, di lei?
—Morto!—ripeteva.
Tutto era lotta nella vita. Ella credeva dunque, quella pupattola, che per essere onesta sarebbe più forte di lei? Scempiaggini! Il mondo, i saloni, la legge, erano per le donne oneste; ma ella aveva l'amore, aveva l'odio, e sopra tutto sè stessa. Tanto peggio per Jela. Perchè cominciare la lotta lei, la più debole? E lotta dunque, ma a tutti i momenti, sovra tutti i terreni, anche sul letto. Jela non sapeva dunque che si può uccidere un uomo con un bacio, strappare un marito ad una maglie, romperlo ed obliarlo, e che tutto il mondo riderebbe della vedova? Ma la vedova non riderebbe ella pure? Questo dubbio atrocemente depravato la ritenne, ma come la palla, che sfiorando un ostacolo rimbalza e sorvola, risalì alla astrazione del duello fra la donna onesta e la cortigiana, la fissazione di tutta la sua vita. Ella era il campione della propria classe, l'ultima rimasta nel circo fra i cadaveri delle compagne, cadute come tanti volgari gladiatori, per riparare la sconfitta di tutte e strappare la ghirlanda insanguinata dalle mani della vittoria. Non era già sicura? Non poteva come Otriade moribondo, sublime superstite, scrivere già col dito sanguinolento sullo scudo, come sulla propria lapide, la eroica iscrizione: «Ho vinto»? Cleopatra non faceva uccidere ogni mattina gli amanti d'ogni notte? Imperia non era stata la donna più adorata del suo secolo, e il popolo riconoscente non le aveva scritto sul sepolcro, a Roma, in Sant'Agostino, queste grandi parole: Imperia, cortisana romana? Atene non aveva votata una statua a Frine per ringraziarla di essersi mostrata nuda? Le cortigiane non avevano dunque sempre perduto. Che importa se oggi i trionfi sarebbero stati senza ovazioni e senza monumenti? a lei bastava di vincere: i veramente forti hanno l'indifferenza dell'applauso.
E come un maniaco ripreso dalla idea fissa, vi si ingolfava sempre più, accendendosi innanzi i razzi dei paradossi più colorati, cogliendosi fra i piedi i fiori più sinistri della poesia boema. Si era arrestata alla psiche, coll'abito rigettato sulle spalle e la camicia a mezzo il seno. Le maniche, ancora gonfie, sembravano abbracciarle le ginocchia nel dolore di un lungo gesto supplichevole, mentre ella si esaminava minutamente nell'acquea opacità della lastra.
—Com'è bella quest'oggi!—esclamò Giustina, colpita dal fulgore della sua fisonomia.—Il bagno è pronto.
—Hai aperto la finestra?
—Le pare? l'aria si raffredda a quest'ora.