—Troppo tardi: hai pronta la veste? Allora prepara una di quelle camice rosse e profumala, a momenti sarà qui.—E, quasi per darle ragione, Giuseppe bussò in quel punto alla porta annunziando il conte Alidosi.

Ida scattò in piedi.

—Presto!—esclamò con Giustina, scomparendo nell'attiguo gabinetto:—introducetelo qui.

Il conte entrò: aveva inteso il fruscìo della veste di Ida, e rimase un istante cogli occhi sull'uscio, dietro il quale era scomparsa. La luce, che rasente i tetti opposti entrava per la finestra da un lontano lembo di cielo, dava una dolce pallidezza a quella camera già buia agli angoli e nobilmente severa. Le tappezzerie azzurre, piene di riverberi nel giorno, si erano spente e i mobili imbruniti: solo la psiche in un canto aveva ancora un chiarore vacuo ed abbagliante come di un abisso, nel quale si fosse perduta l'immagine di Ida. Egli si guardò attorno, poi venne a sedersi sulla poltrona rossa, appoggiata al letto facendovi come una larga macchia di sangue. La sua stanchezza, greve di un avvilimento malinconico, gli fece sembrare più bella la castigata sontuosità di quella camera, così poco adatta per una mantenuta; ma, arrovesciando la testa, si vide sopra una delle piccole scimmie del letto, arrampicata in atto di salvarsi al minimo cenno, con un sorriso così violentemente bianco sul suo grugnetto nero, che egli vi s'incantò. Il suo pensiero, eccitato dalla femminile birberia di quell'atteggiamento, le cercò un misterioso rapporto, una quantità di significati come profumi che evaporassero dal letto di Ida e dessero una voluttà di carni a quel sorriso di porcellana, una provocazione di più a quella lubrica selvatichezza. Perchè rideva quella scimmia? Rideva di Ida, o del duca? rideva di lui, che veniva in quel momento da Ida a provare l'ultima scena drammatica di un amore da commedia? Ma quel sorriso lo tentava in tale momento come un segreto; si alzò, alzò la mano per afferrare quella scimmietta ai piedi, quando Ida lo sorprese:

—La mia Mary!—esclamò avvicinandosi con una premura affettuosa, ed imprimendole un moto ondulatorio sopra la testa del conte.

—Di che razza è?—questi chiese ironicamente.

—Mirikina: sono gli Asra delle scimmie, quelle che muoiono d'amore.

Ma il conte se ne distolse, raccontandole subito con una leggerezza abbastanza coraggiosa come Buondelmonti al club, per una questione di cavalli l'avesse insultato, e si dovessero battere al mattino. Lo scontro sarebbe alla sciabola, nessun colpo escluso, ma a primo sangue.

—Ne uscirete quindi con una scalfittura.