—È probabile. Buondelmonti è una lama troppo celebre per potermi uccidere. Domani mattina faremo colazione insieme. Veramente ho avuto torto di trattargli così male Baiardo, ma egli non può aver sospettato le mie allusioni.

—Non avete dunque paura?

—Oh!

—Ne avreste il diritto... Allora venite a chiedermi da pranzo per non trovarvi colla contessa, la quale sapendo del duello vi farebbe forse una scena? Ma e dopo pranzo? Questa notte?

—C'è tempo ancora.

—Mio Dio! come siete pallido!—proruppe improvvisamente, appressandogli il volto.—Perchè negarlo? avete paura. Nelle donne il coraggio è sempre brutto, a meno che non sia tragico. Vorrei vedervi sul terreno contro quel Porthos di Buondelmonti.

—Ebbene! il duello è domattina alle dieci nel prato di S. Giacomo, venite;—ripetè piccato da quella insistenza.

Ma Ida gli volse le spalle e andò lentamente a guardare dalla finestra. La sua veste verdecipresso, ricamata a catenelle di edera, un prodigio d'imitazione, era così ampia che tutto il suo bel corpo vi scompariva come certe statue dei vecchi parchi in un lembo di verzura. Se non che i capelli, invece di starle attorcigliati col ciuffo classico sulla nuca, consentendo la soave mollezza del collo, erano distesi sulle tempia come quelli di una Madonna ed esalavano un odore lontano di fieno. Si era addossata ad uno scuro, colle braccia lente.

Il conte Enrico le si appressò.

—Avete dunque paura per me?—le chiese incoraggito dalla sua malinconia.