—Sì.

—Pensateci, Enrico; la prova potrebb'essere al disopra delle vostre forze. Voi non siete un uomo.

Egli rispose con un sogghigno.

—Lo volete?—ripetè, ridivenendo torva nel viso a quella sua resistenza inaspettata.

Quindi parve titubare, cercando un pensiero sotto lo sprone di quel sorriso lubrico a un tempo e vanitoso. Lo trovò; e cacciandosi risolutamente sotto il baldacchino del letto, diè una forte strappata al campanello. Il conte, sorpreso di quanto accadrebbe e ancora commosso di tutte quelle minacce smentite e ripetute, si sentiva mano mano più mal sicuro in quella camera e con quella donna nascosta dietro il cortinaggio come per preparargli un tranello. Infatti ella ne uscì guardando alla porta del gabinetto: la porta si aperse, si presentò Giustina:

—Giustina, venite qui,—le ordinò seccamente: poi riavvicinandosi al conte, col volto illividito ancora più dal verde funereo della veste:

—Provate,—gli disse coll'accento di un supremo disprezzo, gettandogli quella donna con un'occhiata, come si gitta un soldo a un mendico.

—Oh!—egli mormorò spalancando gli occhi e vacillando dalla meraviglia.

—È una donna... le darò mille lire. Per la prova che invocate basta una cameriera. Giustina!—s'interruppe ripetendo quel gesto, mentre il conte la guardava ancora stupefatto.—Ma voi non avete nemmeno l'onnipotenza della brutalità, non siete un uomo, ve lo aveva pur detto che siete vile. I fiori di campo, perchè resistono al vento, si credono la forza di una quercia, e una zampa di pecora basta a schiacciarli. Bisogna avere il calore del simum nel sangue, le tempeste dell'oceano nel cuore e la serenità del cielo nel pensiero per essere un uomo: allora si affascina e si soggioga. Ogni uomo è un imperatore, ma gli imperatori si contano sulle dita. Andate, andate pure, Giustina,—le si rivolse, vedendola trattenuta nella curiosità di quel discorso e allontanandola con un'imperiosità, che finì di atterrare il conte.