Poi ella tornò a quello scuro della finestra, e vi si appoggiò.

L'ombra oscillava a onde sempre più dense sui tetti come un vapore che ne fumasse, oscurando la volta alta dell'azzurro. Sulle case di contro la gamma stridula dei colori, acquetatasi nel lividore della sera, era sparita sotto la scorie dei tetti, come sotto un immenso mantello lacerato ed imporrito disteso su tutta la città. La strada era stretta, il palazzo opposto bruno e screpolato. Ida taceva. Il suo cuore aveva ancora dei sussulti, dei rumori, che si andavano smorzando; poi quelle tenebre l'assopirono e vi si obliò. Tutta quella violenza di torrente si era calmata come nella vastità di una laguna. Allora, in quella solitudine bruna, l'immaginazione del deserto la riprese, una paura di perdervisi collo sguardo esterrefatto, coll'oppressione sempre più soffocante, che le grandi uniformità della natura aggravano sulla coscienza. Un arcano sentimento di piccolezza le veniva da quella sconfinata monotonia, nella quale non era nemmeno un punto. Quindi il ricordo dell'ultima agitazione le palpitò ancora dinanzi al pensiero immobile, come se in fondo a quel vuoto orizzonte un lembo superstite di nuvola compiesse di svaporare, mentre uno scoramento di naufrago che non lotta più, una tristezza di areonauta perduto per il rado azzurro del cielo le cadevano sull'anima. Ma a poco a poco il suo cuore tornò a battere. Qualche memoria si risollevava stancamente e ricadeva nell'ultima convulsione di una parola invano conservata, nella suprema amarezza di un dolore abbandonato e che non poteva morire di abbandono. Aveva un freddo di sonno nel corpo, un malessere di sogno nell'anima. La gelata resistenza del cristallo nella fronte le dava dei brividi quasi sonori, mentre l'ombra della strada, sempre più fitta, la respingeva dentro la camera. Stava ancora così appoggiata a quello scuro, colle lagrime negli occhi e nell'anima una trepidazione inesprimibile, alla quale sarebbe bastato forse il soffio di una parola o il moto di un pensiero per prorompere in singhiozzi.

Il conte le si avvicinò sommessamente, e, passandole un braccio alla cintura, le diè un bacio sui capelli.

—Mi perdonate?

Ella gli abbandonò la testa sulla testa. La strada buia non mandava più alla finestra che un incerto bagliore di gas ad illuminare la bianchezza delle loro fronti così giovani e così pure. Ida gli appoggiava tutta una gota sui capelli, premendo sulla loro finezza con una voluttà intenerita, mentre egli le aveva messo una spalla sotto la spalla sorreggendola, in modo da farle perdere l'equilibrio. L'ombra discreta e leggera li avvolgeva fino ai volti, annegati dentro quel barlume dei vetri.

—Ida...—egli sussurrò, sforzandosi di rivolgerle il capo per darle un altro bacio.

Ella si rizzò mollemente.

—Vai a letto.

—E tu?