—Pss,—fe' guardandolo con un'occhiata piena di crepuscoli, e respingendolo verso la poltrona diventata bruna in quell'ombra: poi si torse nuovamente alla finestra e vi restò in una fissazione sonnambula. Sentiva Enrico spogliarsi febbrilmente gittando gli abiti sul tappeto, mentre il pensiero le fuggiva invece sempre più lontano, ritirandosi da quella attesa voluttuosa come da una musica piena di frasi acute tra una irritante lentezza di accordi. Quel bacio del conte le stirava ancora i capelli con una carezzevole mordacità di spuma, e dagli ultimi ricci sotto la nuca le grondavano giù per il collo le gocce periate dei primi brividi. La notte incominciava. Il buio aveva una soavità indicibile, un silenzio di felicità; non si vedeva più nulla. Le catenelle dell'edera, abbarbicatelesi sul seno e intorno alle gambe con una tenacità egoistica di passione, la facevano vacillare; le trecce le si slacciavano sulla testa arrovesciandogliela, costringendola a guardare in alto, come dietro il sibilo di un'ora fuggiasca dal paradiso. Una tacita complicità saliva dalla strada deserta e, filtrando per i vetri opachi, si addensava nell'ombra della camera piena di un'aspettazione voluttuosa e discreta. I mobili parevano essersi ritirati nel buio, mentre il letto solo rimaneva dentro quella nuvola rischiarata insensibilmente nel mezzo dal candore divino dell'Apollo. Ella si rivolse, si sentiva il collo gonfio e battere i polsi.

—Ida...—chiamò il conte, scivolando sulla levigatezza delle lenzuola ed agitando la coperta con uno spasimo di felicità, mentre l'acre dolcezza di quel freddo gli entrava nelle carni.

Ella gli venne innanzi sotto il baldacchino; il conte le prese una mano, ma non trovò cosa dire:

—Come è buono il tuo letto!—esclamò finalmente, dandole un bacio e tirandola per un braccio per farla sedere. Poi intrecciandole le dita sulla cintura, appena fu seduta, ed appressandole la testa al grembo:

—Come sei grassa!—le diceva a piccoli stridi femminili;—avresti dovuto vestirti da turca: hai un seno da sultana.

Ella si scosse, e con voce trasognata rispose stranamente:

—Lo sai perchè i seni vi piacciono tanto così? perchè promettono molto latte al bambino, che nascerà. Tu non ci pensavi.

In quel punto la piccola pendola sul comodino suonò le sette.

—L'ora del mio pranzo,—egli proruppe.—Jela mi aspetterà.