Ma ebbe appena il tempo di ripetere il nome, che ella era già sul letto incollandogli le labbra colle labbra.
Poco dopo Giustina, che entrava dalla porta del gabinetto nero con un doppiere in mano per annunziare il pranzo, si fermò attonita sulla soglia vedendoli già a letto. Il conte Enrico levò la testa.
—La signora è servita—ella disse ad alta voce, imitando la voce di Giuseppe nel pronunciare quelle parole sacramentali. Ma Ida storse il capo, e col suo accento più calmo:
—Servirete la cena nel gabinetto, pigliate questa lettera, la farete recapitare domattina alle otto, nè più tardi, nè più presto. Urgentissima: andate.
Quando Giustina fu uscita, rimasero soli tutta la notte.
Alle otto circa del mattino, mentre il conte assopitosi un istante aveva chiuso gli occhi, Ida scivolò chetamente dal letto. Era smorta, cogli occhi gonfi, con quella camicia rossa, che la rendeva ancora più pallida. La notte era stata tempestosa. Infilò i piccoli sandali di corno, ma afferrava appunto la veste, ancora gonfia sul tappeto come vi era caduta, che al suo fruscìo il conte si riscosse.
—È dunque tardi!—esclamò con un gesto di spavento.
—Oramai le otto, puoi riposarti ancora: l'appuntamento coi padrini non è che alle nove.
Però egli si era levato sentoni. Era più abbattuto, ma molto più bello, colla pelle fresca e le labbra rosse come un melograno. Ella si ravviò i capelli, finì di abbottonarsi la veste facendo il giro del letto col suo passo più pigro, venne all'altra sponda e gli si sedette così vicino che con un gomito gli toccava il ginocchio. Il conte l'avvertì appena. Stava quasi seduto, colle mani sul ventre al disopra delle coperte, in uno sbalordimento, al quale la contrazione della bocca dava un significato di desolazione. Ella gli contemplò un istante il disordine dei capelli biondi, nei quali le tracce delle proprie dita erano ancora visibili, e le ammaccature della camicia inamidata, senza più un solo bottoncino d'oro, che gli scopriva un petto delicato quanto quello di una donna.
—Enrico,—mormorò finalmente, aspettando in una carezza l'ultima effusione di quella notte innamorata; ma il conte le volse appena lo sguardo con una meraviglia quasi di malcontento.