—Ma uscite dunque!—urlò Enrico a Jela, dibattendosi sotto lo sguardo fermo di Ida e riaccovacciandosi nel letto quasi per sottrarvisi. Jela restò sola. La sua piccola anima troppo debole per quella scena si scombuiò. Non capì più bene perchè Enrico fosse in quel letto, perchè a due passi da lei, su quella cassa intagliata vi fossero gli avanzi di una cena, perchè ella medesima fosse venuta in quella camera sulla fede di un biglietto terribile ed oscuro, che la cameriera le aveva portato ad un'ora insolita; ma provò come una difficoltà di respiro, un bisogno subitaneo ed infrenabile di uscire e di essere fuori. In quella camera, che non aveva mai veduta, l'abito grigio le diventava nero, si sentiva soffocare; non respirava più l'aria solita. Ebbe uno sforzo inconscio per rimettersi, indietreggiò, rialzò il capo e, intontita, col suo passo elegante, venne verso la sorella.

Il conte le spiava stupefatto. Ida tremò: Jela sembrava non vederla, ma quando le fu addosso, poichè le sbarrava la porta, si guardarono. Tutto il duello si riassumeva in quell'attacco. Jela non camminava più e l'altra era ferma ancora. La veste di edera coll'ampio panneggiamento dava una fosca grandiosità al disordine della sua figura bianca di una pallidezza gessosa: ma Jela fece un passo addietro e, afferrandosi con un gesto risoluto le sottane in pugno, come per non lordarle col suo contatto, proseguì. Ida, che aveva vibrato quasi sotto una forte scossa elettrica a quel gesto, rinculò lentamente senza rivolgersi, si ripiegò sul battente aperto, colle pupille sempre premute nel suo volto, dilatate in uno sforzo di visione. Era orribile, era pazza. Jela aveva già dovuto abbassare le proprie, ed ebbe un gran brivido di paura; ma quando fu nel mezzo della porta, che il conte non scorgeva più Ida, questa le si chinò sulla faccia, e con voce che non aveva più nulla di umano:

—Salutatelo per l'ultima volta,—le disse.

Jela, spaventata ancor più dall'espressione di quel volto che dal suono di quelle parole, che non aveva comprese, allungò un passo per fuggire.

—Sarò più gentile di voi al castello di Valdiffusa,—esclamò Ida, chiudendo la porta della camera e passandole innanzi per aprire l'altra del gabinetto:—uscite, signora contessa Alidosi, ma ora siamo pari.

E in piedi, colla maniglia in mano, la fronte alta nella prepotenza del comando, le impose con un gesto di andarsene, mentre il seno le palpitava quasi voluttuosamente e i suoi denti di giovane lupo gittavano attraverso le labbra rosse le bianche minacce di una fame di belva.


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VI.