Otto giorni dopo Ida era nel gabinetto nero con Savelli.
Il duello fra il conte Alidosi e il capitano Buondelmonti, a rovescio di ogni predizione, era riuscito fatale: il conte Enrico, con la testa aperta da un terribile fendente, fu ricondotto già morto al palazzo. I padrini, inorriditi al gran colpo, non avevano nemmeno avuto il tempo di prevederlo, poichè il capitano si batteva colla negligenza più affettata: quindi era avvenuto un incontro. Il conte era caduto colla faccia innanzi, lungo disteso come un albero.
Arrivando sul terreno era così disfatto, che Lovito, il suo padrino, dovette chiedergli se si sentiva male; il conte aveva avuto un pallido sorriso, e gli aveva risposto raccontando la nottata con Ida. Lovito ne lo aveva rimproverato, ma nel mettersi in guardia il conte gli aveva detto:
—Mi ammazzerà,—con un accento così sicuro, che Lovito stesso, malgrado il suo noto coraggio e la esperienza di simili scontri, ne era rimasto grave.
Il conte aveva lo sguardo spaventato.
Appena partita Jela si era vestito frettolosamente cercando di Ida, ma Giustina col suo cattivo sorriso gli aveva risposto che la padrona era uscita colla signora contessa.
—Assieme?
—Non credo, signor conte.
—E non ha detto nulla?
—Doveva forse lasciarmi detto qualche cosa per lei?—ribattè colla sua insolente famigliarità.