—La marchesa Brancaleoni non avrà avuto tanti fiori nell'appartamento per la sua gran festa. Avvisate il vostro giardiniere, mandatemelo sulle due: sarò di ritorno, in ogni caso mi aspetterà. È un'immensa disgrazia. Jela starà qui: telegrafate al conte Alberto che venga subito a prenderla.

Il duca pareva attonito.

—A che pensate adesso? è tempo d'agire.

—L'unico erede! non abbiamo più nipote!

—Ah! è vero! ma bisogna pure occuparsene, finchè si hanno. Povero Enrico!—e un insulto di lagrime le strinse la gola.—Vedete, non mi posso frenare. Mi vedranno piangere in istrada: è una sconvenienza.

E intanto che la marchesa col cuore grosso e la testa tumultuante scendeva lo scalone del proprio palazzo, stordendo il dolore in quella furia, il duca rimasto solo si sprofondava in una tetra meditazione. Quella morte inaspettata gli pareva impossibile, un sogno. Come mai egli non aveva saputo nulla del duello? Quale ne era stata l'origine? Certamente la questione del cavallo aveva servito da pretesto ad Enrico per insultare Buondelmonti, col quale Ida si compiaceva, presente lui medesimo, ad irritarlo, perchè Enrico era innamorato di Ida. Invano, per nascondere una sconfitta, il conte lo aveva sempre negato, mentre l'amava per ripicco senza poterla mai sedurre, giacchè in ultima analisi Ida non era fedele che al duca. Che ne penserebbe Ida? odiava ella davvero il conte Enrico, o era un semplice dispetto di vanità, che inveleniva tutte le loro conversazioni? Ma Enrico non pertanto era morto. Quindi egli si ricordava la sua invidia mal celata dell'ultima notte, quando Ida fingendo di voler dormire per il veglione lo aveva scacciato, e i suoi primi successi al castello di Valdiffusa, poi tutte le scene, nelle quali Ida primeggiava sempre vincendo tutti, servendosi di tutti. Non aveva contemporaneamente tenuto in iscacco lui stesso, Enrico, il conte Alberto e Jela? Ida era davvero una donna, e bisognava essere un uomo ben forte per incatenarle il carattere riottoso. Ma il pensiero gli fuggiva pur sempre alla morte di Enrico, un giovane ancora nella primavera, che molti uomini invidiavano e le signore dicevano così amabile. Povera Jela! un'altra infelice, che adorava il marito innamorato morto, veramente morto, di un'altra.

Erano due ragazzi. Perchè Jela così ricca aveva sposato Enrico troppo giovane, rovinato, senza un briciolo di cervello e di posizione nel mondo? Egli non se lo spiegava. Bisognava proprio che il conte Alberto non volesse occuparsi di nulla e trovasse tutto bene, per concedere l'unica figlia ad un uomo simile. Egli aveva chiesto la mano di Jela per il nipote, ma, fosse stato il padre, si sarebbe ben guardato di acconsentirgliela. Enrico non aveva altra speranza che l'eredità dello zio, il duca stesso lo diceva dappertutto, sebbene a malincuore, poichè quel diritto del nipote lo metteva come sotto la dipendenza di un Mentore ragazzo. Infatti il conte gli aveva più d'una volta infitta nelle carni la punta di un'osservazione sul lusso eccessivo di Ida.

Ma Enrico era morto. Morire! Uscendo dal palazzo della marchesa corse difilato da Ida. Ella era in casa, ma non volle riceverlo. Giustina piena di misteri e di precauzioni, non gli spiegò nulla: egli se ne ritornò desolato. La sera ripassò nuovamente, e seppe che Savelli era stato chiamato. Giustina diceva che la morte del conte aveva gittata la sua padrona in una crisi, che aveva pianto dirottamente. Allora il duca le scrisse un biglietto supplicandola di riceverlo, ed attese la risposta in anticamera. Giustina glielo riportò; Ida vi aveva scritto a piedi queste sole parole:

«Mi sento male: ogni scossa mi sarebbe insopportabile, vi riceverò venerdì».