Ancora tre giorni. Il duca ebbe pena a non piangere, tutta la forza del suo scetticismo l'abbandonava nell'abbandono momentaneo di quella donna. Senza di lei perdeva il suo carattere di uomo e non era più che uno zio, un nonno, un passato ancora in piedi, ma come le rovine. Quei tre giorni furono eterni. Nè i funerali, nè l'anfanamento sempre più rumoroso della marchesa, che aveva finito per scordarsi il proprio dolore nello studio di consolare quello degli altri, nè la visita di Jela abbattuta nell'amarezza di un rimorso immaginario, nè l'incontro col conte Alberto, accorso prestamente al castello di Valdiffusa, e col quale si erano analizzati a vicenda la sincerità della loro tristezza, nulla era riuscito ad accorciarli. Ma i tre giorni passarono, e Ida non volle ancora riceverlo. Allora fu atterrato, stette altri due dì senza uscire dal palazzo, concentrato in un avvilimento, che lo invecchiava di un anno ad ogni ora. Poi intese la storia del capello nero, che correva già deformata per tutti i circoli, e straziato da un supremo sospetto corse da Ida, interrogò Giustina, la quale sedotta più dalle lusinghe che dalle minacce, gli confessò tutto.

—E Buondelmonti?

—Quegli fu ricevuto per benino; quando entrai col caffè aveva un'aria da can frustato.

Ma il duca non lo avrebbe mai creduto. Questo ultimo tradimento del nipote strappò la maschera al suo dolore. Quel serpentello era dunque stato schiacciato! Se Buondelmonti fosse stato presente in quel punto, si sarebbe alzato per stringergli la mano. Egli era dunque vecchio, vecchio senza presa! Ida lo accettava per spremergli il denaro di tutto quel lusso e fuggirsene un giorno o l'altro con un uomo più giovane, altrettanto ricco, al quale avrebbe parlato di lui con quel suo terribile sarcasmo, che gli piaceva tanto. Allora gli parve che Ida fosse la donna più adorabile, e che tutti i grandi eleganti se la disputassero ora che, traendola dalla miseria di maestra, ne aveva fatto una Signora dalle Camelie.

Ma improvvisamente, nel timore di essere sorpreso con Giustina a complottare contro di lei, si alzò. Giustina, colpita dalla umiliazione della sua figura, si aspettava invece uno scoppio di risentimento.

—Bada di non dir nulla,—le si raccomandò.—Ti manderò domani il libretto della cassa di risparmio, ma te ne prego,—aggiunse con un accento quasi supplichevole:—-che Ida non sappia nulla della tua confidenza.

La mattina seguente, sulle undici, Ida vestita di un abito di casimiro grigio ferro, semplice come un abito da viaggio, chiacchierava con Savelli. Il vecchio maestro aveva l'aria sconcertata.

—No, avete torto con lui, non da questo punto di vista si può capire qualche cosa. Hartmann ha torto quando afferma che l'uomo è poligamo e la donna monogama, poichè così si confondono le esigenze della maternità colla tendenza del sesso. Anche l'uomo sarebbe monogamo, nella forma più alta raggiunta dalla famiglia, secondo il suo stesso argomento per la monogamia della donna.—E la fanciulla, che avea pronunciato con visibile compiacenza questi termini tecnici, proseguì incalorendosi.

—Voi conoscete troppo bene la teoria di Schopenhauer sull'amore, perchè ve la ripeta, una fusione di Platone e di Darwin, dovuta forse ad un genio altrettale. Se l'amore è un agguato tesoci dalla natura per il mantenimento della razza, riunendo gli individui dispersi e nell'azione armonica delle loro opposte qualità ottenendo così la maggior perfezione nel nascituro, allora, mio caro, il matrimonio è la ragione e l'adulterio è l'istinto; Hartmann direbbe: il matrimonio è la coscienza, l'adulterio l'incosciente. Il matrimonio è la lega tra le famiglie, la forma storica ed esterna, colla quale l'individuo si svolge nella società; l'adulterio è la lega dei cuori, il genio della razza, la forma, colla quale la natura corregge la vita nell'umanità. Avete torto, mio caro maestro, di accettare per assiomi i teoremi della morale corrente. Il Dio comune, lo ha detto Mommsen, non può essere il Dio della storia: la moralità della natura, determinata dall'interesse di tutta l'umanità non solo presente ma futura, non può essere quella di un codice o di una religione. Sopprimete la selezione, e sopprimete la vita, ma l'adulterio è la selezione naturale. Wallace ha constatato che l'aristocrazia morrebbe in poche generazioni senza l'infusione del sangue plebeo, ma l'infusione accade più spesso coll'adulterio che per l'inscrizione di qualche famiglia popolana sul libro d'oro. Mio caro, la scienza ha già disperse molte illusioni, smentite molte verità religiose e morali, e tuttavia non è ancora che all'esordio del suo grande discorso.