Savelli irritato da tutte quelle crudezze dette con brio così nervoso, si sentiva nullameno superbo in cuore di essere stato il suo maestro; mentre una malinconia quasi dolce gli faceva esaminare attentamente quella splendida testa, che il mondo avrebbe considerato sempre con disprezzo. Ida comprese il suo pensiero, e rispondendogli colla carezza di un moto, interruppe bruscamente la dissertazione.
—Voi non mi credete,—esclamò—v'intenerite sul mio ingegno e sulla mia forza, che sarà inutile al mondo e dannosa a me stessa. È la prima volta che ne parliamo, ma non ne parlerei che con voi. La mia posizione non è mai stata migliore di adesso, giacchè la morte del conte, privando il duca di ogni avvenire di famiglia, lo consegna piedi e mani legate al presente. Il suo presente sono io. Guardate, lo aspetto fra poco. Egli viene per rinfacciarmi di aver ceduto al conte la notte, che precedette il duello. Vedrete come lo riceverò.
A queste parole, pronunziate così freddamente. Savelli sussultò.
—Povero conte!—disse sbirciandola.
Ida non rispose.
—È finito ben tristamente.
—Noi tutti, che morremo senza lasciare un nome immortale, finiremo così. La morte è triste,—ripetè con accento lugubre. Poi rinfocandosi:—E che importa? La morte è la condanna di tutti i piccoli, ma fra i piccoli vi sono i minimi, il conte era di questi, io sono di quegli altri. Fidatevi, mio caro maestro, riescirò. Passata la frontiera il contrabbandiere ridiventa galantuomo; entrando nel matrimonio la cortigiana può ridivenire gentildonna. Anche ieri ho ricevuta un'offerta.
—Di chi?—chiese premurosamente Savelli.
—Del capitano Buondelmonti. Ho risposto,—Ida lo prevenne vedendogli fare un moto—che egli è un imbecille e non mi secchi altro. Essere la moglie di un capitano, abitare due o tre camere ammobigliate, pranzare alla trattoria, passare la sera al caffè... allora mi conveniva meglio restare maestra, e non arrivare sin qui. Io non aspiro all'onestà: rettorica! Quella del cuore si può averla in qualunque stato; quella del fatto, se non ho altro amante che il duca perchè se il duca mi mantiene, tutti i signori che sposano una donna povera la mantengono; quella della leggo è la sola, ma è questione di procedura e non di diritto. Io non aspiro alla famiglia, non ne ho e non ne voglio avere, io basto a me stessa. Ma voglio l'aristocrazia, che dà i primi posti nella battaglia della vita, la considerazione di un gran nome, che apre tutte le porte, voglio la legittimità delle mie ricchezze, perchè è il solo modo di spenderle bene nella società. Se fosse altrimenti non ci penserei; ma non intendo che nessuna donna possa guardarmi dall'alto di un privilegio, voglio essere pari colle prime. Allora mi batterò per la conquista de' miei piaceri, e che le altre donne si difendano: sarà una guerra epica e meschina, spietata ed amabile.
—E poi?