—Sul serio, le esigenze del mio disegno di vita mi spingono altrove. Ascoltatemi. Il momento è abbastanza grave e noi siamo troppo interessati nella questione per ingannarci scambievolmente; poi sarebbe una viltà. Sono nata da una famiglia agiata, già in ruina al mio ingresso nella vita: parto quindi dalla miseria e dal popolo per mezzo alla società verso la ricchezza e l'aristocrazia. Non voglio più soffrire nella vita nè disagi, nè umiliazioni: lo giurai a me stessa, l'ho giurato un'altra volta sul cadavere di mia madre. O sarò un giorno una signora, o morirò: io sono di coloro, che tengono le promesse.
Il duca fece un atto.
—Capisco a che alludete... vi risponderò fra poco, così che mi darete ragione. Sono rimasta abbastanza con voi, giacchè non potete sposarmi, nè farmi ricca. Parto: andrò a Londra, a Parigi, a Nizza, a Ginevra, non lo so, ma so essere dama, ed esaurendo tutte le mie risorse, posso vivere due anni da gran signora. In due anni troverò qualcuno, che mi sentirà bella e s'innamorerà. La gioventù della bellezza colla maturità dello spirito e dell'esperienza è un'unione troppo rara, perchè vi si resista. D'altronde io non posso perderla inutilmente qui, sebbene voi mi amiate ancora un poco. Il mio debito ve l'ho quasi pagato; voi mi avete dato il lusso, io vi ho reso la giovinezza. Siate giusto, mio duca, non avete a lagnarvi di me. Io tengo le mie promesse.
—E Enrico?!—esclamò egli, che aspettava da dieci minuti di gettarle questo nome nel discorso; ma la fanciulla non si scompose, ed aprendo il castone del monile al braccio sinistro, mormorò:
—È vero, ecco il suo capello. Ho scritto a Lovito pregandolo di restituirmelo, ed egli me lo ha portato, me ne ha fatto un regalo, intendete bene,—insistè sottolineando le parole,—me lo ha reso per nulla. Quando diventai la vostra mantenuta vi dissi che nessun uomo avrebbe potuto sedurmi, e posso ripetervelo anche oggi. Una volta, offesa mortalmente dal conte giurai che morrebbe, ma prima di morire sarebbe il mio amante: ho tenuto la mia promessa.
—Cosicchè lo avete ucciso?—rispose con una insensibile ironia a queste parole, che prendeva come una bravata teatrale fatta per dare un colore alla scappata.
—Che importa il come? egli è morto. E adesso, poichè ci parliamo per l'ultima volta, avete altro a rimproverarmi?
—Per l'ultima volta? via, scherzate.
—Così mi dite un'imbecillità ed un'insolenza, mentre dovreste conoscermi abbastanza per credermi il coraggio di tutte le risoluzioni, anche le ragionevoli. E impossibile che io non parta, e subito. È una triste partenza verso un mondo non da scoprire, ma nel quale insinuarsi di frodo, il giorno la notte, deludendo le guardie ed arrischiando tutto per tutto. Credete che non ci abbia pensato? Se in due anni non conquisto un nome, ricasco nella miseria, non troverò più un altro uomo buono ed amabile come voi, e allora la miseria sarà la morte. Nullameno il non partire è anche più pericoloso. Se perdo la mia freschezza di donna e di novizia nella galanteria legittima delle mie pari, non potrò mai più trovare uno che mi sposi, e diventando una signora passare alla galanteria illegittima. Dividiamoci quindi amici: che io abbia almeno un cuore nel mondo sul quale contare, e un anno nella vita di cui compiacermi.
E tacque in una mestizia intenerita, quasi perdendosi fra le tristi difficoltà del loro distacco. Era abbandonata sulla poltrona, la testa sopra una spalla, senza guardarlo nemmeno, offrendosi un'ultima volta nel ricordo delle loro notti più dolci, della prima, quando vibrante di follia, colla veemenza della lunga corsa nei muscoli, gli aveva urlato nelle braccia in una suprema convulsione di vergine. Tutto il rancore del duca svanì. Le spiegazioni brutali di quello stato, invece di irritarlo col loro avaro egoismo, l'impietosirono, costringendolo ad ammirare un'altra volta la forza di quella fanciulla a vent'anni, che non aveva neppure bisogno di essere bella per diventare irresistibile. Dopo Ida nessun'altra gli sarebbe più sopportabile, poichè conosceva fin troppo la ignobile nullità di tutte le mantenute. Ida sola sapeva essere donna e dare un profumo di buon gusto ai più piccoli particolari della loro relazione. Con lei non correvano mercati, e pur mungendogli somme ingenti aveva sempre l'aria di concedere un favore coll'accettare un regalo. Questo era un segreto, una magia, la perfezione incomprensibile delle sue maniere. Ida non era mai stata la sua mantenuta, quantunque egli lo dicesse talvolta per iattanza, bensì la sua amante, altera e dissoluta come una principessa.