—V'invito.
—E il bacio?
—Dopo... ma siamo intesi.
Questa volta le si inginocchiò improvvisamente davanti, le cinse con un braccio la vita, e guardandole in faccia con una passione così vera, che cessava quasi di essere ridicola:
—Che sia l'ultima volta,—le disse,—o mi farete impazzire. Eppure vi deve costare tanto poco l'essere buona!—Ma non potè seguitare, gli mancò la voce e, nascondendole il viso in grembo come un bambino, soffocò a stento un singhiozzo. Ida fremè: un lampo di orgoglio le bruciò negli occhi neri, come un lampo di saetta in fondo alla notte: si lasciò il duca in grembo per un istante, poi chinandosi improvvisamente gli prese la fronte tinta di nero fra le mani, e gli diede un bacio quasi figliale.
—Per oggi non parliamone più. Via, rimettetevi: se sapeste come vi sono grata del vostro dispiacere! Fa tanto bene nella vita l'essere amati. V'invito a pranzo.
—Siamo soli?
—Oh! a proposito, aspettate: c'è anche Savelli, me lo ero dimenticato. Sta nel mio gabinetto, traducendomi un passo di Sofocle, che mi ha fatto quasi impazzire. Povero Savelli, tanto buono! Non ho che voi due ad amarmi, ma il suo amore è più puro del vostro,—aggiunse col suo sorriso ammaliatore.
Il duca ancora sconvolto, ma radiante, sorrise.
—Aspettate,—ella ripetè già in piedi: venne ad aprire la porta, riempiendola prudentemente di tutta sè stessa.