Da quel giorno una sfacciataggine serena le brillò negli sguardi, ma a scuola parlando colle compagne usò come una sprezzante castigatezza di linguaggio. Non sentiva nè rimorso nè avvilimento; aveva voluto conoscere l'uomo, ed avea fatto un esperimento in anima vili. D'altronde con Rocco non correvano impegni.

Egli non si staccava più dalla finestra nemmeno la notte. Le buone zie gli dicevano scherzando che si era innamorato della signorina, ma non badavano alle lacrime, che gli gonfiavano gli occhi e cadevano talvolta sui loro fiori finti. Ida manteneva quel solito contegno: veniva raramente alla finestra, salutava Rocco senza curarsi delle occhiate affannose, che le figgeva in faccia, nè del suo aspetto ancora più macilento. Pareva impossibile che un corpo tale potesse dimagrire, e nullameno dimagriva. La pelle gli si facea addirittura verde, gli occhi gli lucevano di una luce sinistra, senza che niuno se ne accorgesse all'infuori del cane. La povera bestia, che amava il proprio padroncino con tutto il trasporto di un egoismo animale, adesso che Rocco non mangiava più e per vuotarsi il piatto gli gettava nascostamente gran parte delle pietanze, raddoppiava di carezze e d'insistenze. Non si lasciavano una mezz'ora se non di notte, quando egli saliva alla casa di Ida.

Allora Rocco si vestiva chetamente, pigliava le scarpe in mano, faceva un cenno a Toto, un cenno che esprimeva un mondo di cose e che questo capiva subito, perchè si rincantucciava sotto il letto. Poi sulle punte dei piedi traversava la camera delle zie, l'uscio della quale era sempre socchiuso; e trattenendo il respiro, trattenendo quasi con un conato supremo di volontà il battito del cuore, moveva un passo al minuto, ascoltando il russo di quei due nasi devoti, al buio come i gatti, tremando sempre di essere scoperto ed imbrogliandosi già per trovare una scusa. Finalmente arrivava alla porta dell'appartamento, si arrampicava sopra uno sgabello, che vi teneva appositamente di fianco, tirava il catenaccio, alzava il saliscendi, socchiudeva maliziosamente, insinuando fra il pavimento ed il battente aperto una scheggia di legno, perchè la porta urtata a caso resistesse, calzava le scarpe, e giù frettoloso, ma leggero.

Ida dalla finestra lo vedeva traversare a corsa la strada dopo aver spiato guardingamente se fosse deserta. Allora dalla propria camera, lambendo l'altra dei padroni che russavano egualmente, veniva ad aprirgli l'uscio della bottega, lo pigliava in braccio, e mentre Rocco le baciava il collo come ad una mamma, ritornava pian piano nella camera e lo posava per terra.

Ella non aveva mai un trasporto per lui.

Era stata la prima a proporgli quei convegni notturni una volta che Rocco era tornato su dal sarto, proprio dopo di averlo veduto uscire e la Lucia era di là dal bambino. Ella gli aveva detto che verrebbe alla finestra col candeliere, quando lo vorrebbe.

Rocco, che da letto vedeva la sua finestra, non chiudeva più la griglia, non dormiva più, perchè Ida si coricava tardi ed era capace di chiamarlo assai dopo la mezzanotte. Una volta mancò, e dovette piangere leccandole i piedi come un cane per ottenere il perdono. Erano notti stravaganti le loro, facevano di tutto.

Ida colla fantasia sboccata d'un poeta e la depravazione di una reclusa si abbandonava a tutti i capricci, mischiando idealismo e brutalità, spremendo la più pura essenza del sentimento dal fango di una parola o di uno scherzo. Rocco consentiva tutto, ma fra tutte quelle gioie, che lo soffocavano e forse lo uccidevano, una invincibile tristezza lo rendeva a quando a quando distratto, curvandogli la testa sul petto con un moto cadaverico.

Il piccolo cuore di quel martire della natura avrebbe avuto bisogno di un amore quasi materno, ed invece si accorgeva di non essere che un giocattolo, carino appunto perchè deforme, fra le mani di quella pallida superba, bella come la natura, e per lui egualmente insensibile.

Una volta nella esaltazione dell'orgoglio ella gli lesse un brano del suo poema.