—Lo sai tu di chi sei l'amante?—gli avea chiesto cogli occhi luccicanti.—Senti.
Rocco ascoltava senza capire gran cosa, ma le guardava intensamente la faccia illuminata nell'entusiasmo dell'arte. Ida era diventata Nerone; gli occhi le si erano dilatati, le narici le palpitavano, il seno disordinato nelle irruenze di poco dianzi le si alzava fremebondo, mentre il ragazzo, incantato in quello spettacolo così nuovo e misterioso, le si avvicinava mano mano, come sapendo che la grandezza vera è quasi sempre buona.
Ma la fanciulla, che all'ultimo razzo di un'esplosione lirica aspettava un urlo di ammirazione, e si era rivolta per sorprenderglielo, vedutolo così stupidamente attonito, gittò sdegnosa il manoscritto.
Quei convegni duravano sempre due o tre ore, e lo lasciavano affranto.
Ma Ida non aveva mai perduto la ragione nel tumulto più violento dei sensi. Anzi una notte che l'ambiente era tepido, invasa da una delle solite vanità si era spogliata ignuda allo specchio, imponendo a Rocco di fare altrettanto. Rocco vergognoso si era invece accasciato ai piedi del letto. Ella gli si volse camminando a fronte alta, col passo olimpico di una dea, le trecce nere che le sferzavano gli stinchi, lo prese lentamente per un braccio e lo portò allo specchio. Due candele lo illuminavano abbastanza vivamente.
—Non sei contento?—gli disse, mostrandoglisi entro il chiarore limpido della lastra.
Rocco le gittò le braccia al collo e si mise a piangere silenziosamente. Allora col cuore rabbonito dal trionfo, ella lo ricondusse dallo specchio al letto, ripetendogli con soave solletico:
—Non sei contento, Rocco? Che cosa vuoi?