—No, ho ribrezzo.

I professori l'attendevano col più benigno sorriso. Lo stanzone degli esami, una vasta scuola colle pareti bianche e la cattedra in fondo, aveva due finestre senza tende. I banchi lunghi, insudiciati d'inchiostro, tagliuzzati dai temperini, lasciavano un passaggio nel mezzo come nei teatri. Sotto l'alta cattedra dipinta di un giallo sbiadito i professori sedevano ad un tavolo ricoperto da un panno verde, sul quale le due urne delle votazioni, in legno nero, sembravano un emblema di morte. Ella si guardò attorno come se fosse nuova in quel luogo. Le finestre avevano l'inferriate. Quello stanzone avrebbe potuto essere tanto una sala di tribunale che un granaio o una prigione. Ella si sentì un raccapriccio per tutte le membra; poi un'onda di pianto le si ruppe con tale violenza alle pupille, che dovette fare uno sforzo sovrumano per rattenerlo.

Si passò una mano sugli occhi. Allora l'interrogarono.

Ma a poco a poco ritrovò la propria presenza di spirito e, spingendosi nella lotta, aggredì ella stessa i professori, che colla più cortese deferenza le lasciavano ogni maggiore libertà di divagazione. Trattavano di filosofia. Quindi la fanciulla alzò la bianca bandiera dello scetticismo, bianca perchè composta di tutti i colori, sintesi di tutti i sistemi e di tutte le opinioni: e la sua parola sprizzò scintillando. Sapeva di dare la sua ultima battaglia, quindi la volle degna delle Termopili. Sola contro tutti, contro quei cinque professori, contro il mondo, lottò col coraggio del disperato e l'incredulo eroismo del gladiatore; le sue risposte avevano delle nervosità da giaguaro, dei balzi da serpente, degl'impeti da leone, mentre le grazie più voluttuose della donna temperavano di un morbido fascino le violenze crude del suo pensiero. Forse era la prima volta che quelle pareti ascoltavano da un labbro femminile così grandi parole. Ella se ne accorgeva alla faccia dei professori e più ancora all'orgoglio, che le ingigantiva il cuore e l'atteggiava scultoriamente nell'ingegno e nella persona. All'ultima parata di un colpo tiratole dal Rettore, gli esaminatori commossi scoppiarono in un «brava!». Ida si alzò senza sapere il perchè.

Il Rettore prese la parola e, ripetendo la grande frase di Victor Hugo a George Sand: «Vi ringrazio di essere così grande»:

—Vi ringrazio,—disse,—di avere tanto ingegno e di avere tanto studiato. Il vostro esame è stato fin qui senza esempio. Sono superbo che sia toccata a me la ventura di accogliervi in questo tempio della scienza e di aprirvi adesso le porte del mondo, nel quale siete chiamata ad esercitare la più nobile e la più santa delle missioni, quella di istruire e di educare le generazioni avvenire. Il compito è grande, ma voi sarete alla sua altezza, voi donna, perchè la donna sola può fare gli uomini, l'anima come il corpo.

E si fermò. La fanciulla si era incantata parendo non udirlo, immobile nel pallore di una statua.

—Signorina Ida De Sinis, eccovi il vostro diploma d'onore.—Era già preparato.—Conservatelo orgogliosa, è la croce di una battaglia che non vi costa nè cicatrici nè rimorsi, l'emblema di una vittoria, nella quale non vi sono vinti, perchè le vittorie dell'intelligenza appartengono a tutti.

Ida accettò quel foglio lucente di oro senza scuotersi, poi figgendo gli occhi imbambolati in chi glielo porgeva.