—Il vostro diploma di onore, di maestra,—ripetè giulivo il Rettore.

—Brava Ida, proprio brava!—insistè il vecchio maestro tutto superbo.

Le compagne, che avevano dischiusa appena la porta e bisbigliavano sommesse di quella scena impreveduta, si guardarono fra loro cogli occhi luccicanti e i volti sospesi. Ida ebbe un moto di testa, si raddrizzò e, mormorando inintelligibilmente:

—No,—coll'occhio arido e la mano convulsa stracciò in quattro il diploma, lo lasciò cadere, fe' un inchino, e, prima ancora che i professori avessero il tempo di rimettersi, si volse, passò fra le compagne, discese le scale.

—Buon giorno, signora maestra,—le gridò il portinaio, avvicinandosele per la mancia.

Ella si trasse un anello di dito, glielo gittò ed uscì dall'Istituto per non rimettervi più il piede, colla fronte corrugata di sdegno e le labbra contratte da uno straziante sarcasmo.

—Via Sant'Agostino,—disse ad un fiacchero, che passava.

Quando vi fu salita, tutte le sue energie l'abbandonarono e dovette mettersi il fazzoletto sugli occhi per non mostrare che piangeva.

Qui i ricordi della fanciulla precipitavano. Ritornando al villaggio, trovò l'ingegnere già morto di un malore improvviso il giorno dopo l'esame senza saperne nemmeno l'esito bizzarramente glorioso. Ida capitò nella casa desolata. La mamma di un umore intrattabile le usò ogni cattiveria, e volle che andasse seco lei, per tempissimo, tutte le mattine alla parrocchia per suffragare l'anima del padre morto senza prete.

Poi tutto era a soqquadro; un creditore s'impadronì dell'ultimo podere, lasciandole senza beni. La mamma ne dava la colpa a lei, per le spese dell'educazione, con parole così ingiuste, che una volta la fanciulla dovette risentirsene, e allora l'altra le applicò due schiaffi sonori sulle guance. Ida divenne livida come un cadavere, barcollando più per la meraviglia dello sdegno che per l'urto della percossa, ma siccome la mamma sembrava insistere, protese le braccia e la respinse con tale forza, che la mandò a rovesciarsi contro il muro.