—Non hai murato mai il buco di un topo? è lo stesso.

—Glieli muriamo tutti, tanto già non ci passa più nessuno a quest'ora. Tu ammorta il gesso nella casseruola, poi andiamo su.

Ma appena sull'uscio diventarono serie. Il cadavere immobile, rigido, guardava colle pupille vitree fra un puzzo veramente insopportabile. Si appressarono. La Nunziata rimestava il gesso nella casseruola, ma la Ghita fece evidentemente uno sforzo di coraggio per aprire la camicia della morta. Il letto male rifatto lì per lì, subito dopo la morte, dava una serietà di più a quel cadavere lungo disteso, le mani incrociate sul grembo, digrignante i denti bianchi di una bianchezza fantastica nell'ultima contorsione. Poi la Ghita le alzò la pezzuola infradiciata dal petto, e prendendo in fretta una cazzuolata di gesso, la tirò mal destramente sull'ulcere.

Ida apparve sulla soglia. I due strani muratori seguirono l'opera alla meglio sotto quello sguardo della fanciulla immobilmente severo ed attonito. Le pareva quasi di assistere in immaginazione ad una tetra fola, vedendo sua madre in quello stato ed in quelle mani. Quindi quel lembo aperto delle pupille, nel quale come in un gorgo opaco si era annegato lo sguardo della morta, le fece correre un brivido per le vene, e si avanzò per chiudere pianamente gli occhi a colei, che vent'anni fa glieli avea aperti alla luce.

—Dov'è l'anello?

—Ecco,—rispose la Ghita:—le ho cavati pure gli orecchini.

La fanciulla tese la mano, ma l'altra la guardò stupita, barattando un'occhiata colla Nunziata.

—Datemeli.

La Ghita spalancò la bocca.