Il cadavere della mamma era nella camera vicina, ma per poco: e poi? Quel cadavere, la sola corda, cui si rattenesse ancora sul dirupo della vita, la morte l'aveva tagliata. Ida si sentiva precipitare giù in un buio freddo, senza voce e senz'aria. Non si ricordava più nessuno dei propri sogni prediletti, non trovava nessuna delle proprie energie. Era notte; nessuno la vedeva, nessuno poteva soccorrerla.

Ma inabissandosi si accorgeva solamente di avere vent'anni. Non era più malinconica; la disperazione aveva ucciso la malinconia, come l'ombra aveva spento la luce e il nulla inghiottito la vita.

La fanciulla pensava senza la forza di riflettere, soffocata da un peso, contro il quale non giungeva a rivoltarsi. Una biroccia, che scricchiolando sonoramente passò sotto la finestra, la riscosse da quel torpore. Le sembrò di destarsi, si strofinò gli occhi, si levò, passeggiò per la camera. Il primo risveglio alla realtà fu un vagito dell'egoismo: sola e miserabile! Quindi il cadavere vicino le attrasse il pensiero; e la triste fine di colei, che le era stata madre, la commosse profondamente come una lezione alla sua follia di volere che il mondo le gettasse fra i piedi la fortuna di un re, mentre ella non era nulla e non aveva fatto nulla per meritarla, se non gonfiare quotidianamente, ad ogni ora, ad ogni minuto un immenso desiderio, gonfiarlo come un pallone, che l'aveva trasportata nel cielo dei sogni senza nome, delle larve senza significato. Desiderare, nulla più che desiderare per vent'anni! Ella non sapeva altro della vita, malgrado le molteplici passioni e i lunghi studi. Il mondo avrebbe dovuto esistere per lei sola, la società per lei sola essere costituita, la civiltà per lei sola essere giunta a questo periodo. Desiderare, null'altro che desiderare, coll'ardore della febbre, coll'insistenza dell'ebetismo, colla fantasmagoria del delirio. Lei, sempre lei, unicamente lei, con un orgoglio ingigantito dalla vanità, con una raffinatezza ottenuta colla malattia, con un egoismo butterato di tutti i vizi e drappeggiato nella clamide dell'eroismo. Desiderare, null'altro che desiderare, spezzando la scala della vita, e dopo averla spezzata voler saltare a piè pari dal primo all'ultimo scalino, non poterlo, ed accusarne gli altri disprezzandoli, disprezzando sè stessa, eppure facendosi una superiorità della propria impotenza sovr'essi, che invece di saltare si contentavano di salire. In tutti quei vent'anni non aveva saputo che desiderare, aprirsi un abisso nell'anima, allargarlo con una ostinazione demente, gettarvi tutto dentro, Dio e la famiglia, la patria e l'amore, il passato e l'avvenire, per errare poi come uno spirito maledetto intorno all'abisso affamato e senza fondo. Sua madre era morta costeggiando senza vederle le rive del mondo, ma senza rammaricarsene; ella come vivrebbe?

Sola, in un villaggio, a vent'anni, con quattro mobili in casa, senza denaro, senza speranza! La solitudine si univa al freddo, e la pigliava ai ginocchi, alla gola. Dov'era? Che cosa fare? Perchè? Le domande si distinguevano meglio, ma erano come fumi, che si addensavano nelle tenebre, e non fiaccole, che le diradassero. Il passato le si destava confuso nella memoria, il presente era buio, l'avvenire era nulla. Provava rimorsi di non so che cosa, paure guizzanti; respirava e sospirava, era tuttavia stordita. Gli occhi non usi all'ombra stentavano a sorprendervi il profilo di un oggetto, il muoversi di una massa, mentre avrebbe avuto bisogno di misurare esattamente tutta la propria sciagura per impadronirsene. Vi si provò un istante senza riuscirvi.

Il turbine soffiava da ogni lato, la muraglia delle tenebre sembrava compatta come di ferro, Ida si era riseduta al tavolo, sostenendosi colle mani incrociate la fronte. Il freddo la sferzava con uno scudiscio, che pareva fatto di capelli; aveva le mani intorpidite e le si intirizzivano le gengive. Allora le parve che le si aprisse innanzi la landa de' suoi giorni umidi e neri come quella sera, immensa landa, che si rimpiccioliva di un tratto, così che la fanciulla non aveva più giorni da vivere. Vivere dove? con che? Si ricordava di aver ceduto per quegli ultimi gioielli il letto della morta e la madia della cucina, la metà delle proprie ricchezze; non ci volle pensare.

—Tanto è inutile!

Nullameno il pensiero vi ritornava fatalmente, sbattendovisi come un uccello nel vetro di un fanale. E tutte le follie della sua giovinezza l'assalsero dileggiandola, adesso che non vi era più scampo e per discendere dalla cima combattuta del suo orgoglio romantico doveva atteggiarsi così goffamente da provocare le risa di tutti gl'imbecilli. Ida era sempre sola, ma il mondo riappariva con tutto il corteo delle sue necessità e delle sue leggi inesorabili; il mondo immenso, infinito, nel quale gl'individui erano nulla e la massa appena qualche cosa, che non le farebbe nè un anticipo, nè un complimento, che non si rivolgerebbe nemmeno a guardarla, quando ella volesse chiudere con un suicidio la immaginaria ed infantile tragedia della sua vita! Bastava questa riflessione per disarmarle la mente e la mano. E non pertanto una risoluzione era fatale ed era egualmente impossibile.

Ma così sbattuta, invece d'impazzire la sua ragione si andava rischiarando. Una calma tetra, gelida come l'alba di un ghiacciaio, sorgeva da quella tempesta. Vedeva il suo villaggio senza un cuore simpatico, la sua casa fra poche ore deserta, sè stessa deserta in casa ad aspettare incredulamente una fantasia già morta. Ma vivrebbe; di che?

Dopo una lunga e lenta alternativa si trovò come prima, non avendo nulla deciso. Allora il vecchio orgoglio volle drizzarsi, ma il freddo l'aveva intorpidito come un serpente.

In quel punto la Ghita bussò discretamente all'uscio.