—L'abbiamo già vestita,—le disse,—domani mattina debbo andare dalla Virginia; così non ci pensiamo più. Le ho messo quell'ultimo vestito, che portava prima di allettarsi. Poi ho comprato un po' di carne dal lardarolo per la veglia di questa notte colla Nunziata, a credito. Non avevo quattrini.
Ida sembrava ascoltare attentamente.
—Anzi le debbo dire da parte dell'arciprete, che ho incontrato ora... Già lei forse non lo sa: i beccamorti verranno domani dopo mezzogiorno, e vogliono bere; dopo ci vuole un fiasco. Ecco: l'arciprete (noi in casa non ce n'è) lo darebbe: è nero, buono. Eppoi se lei vuole, le fa tutto un conto col mortorio. Il vino l'ho sentito. Adesso, sfido io, bisogna pensarci, tocca a lei.
Così parlando erano venute nella camera della morta, illuminata fiocamente da una candela di sego sul comodino. La morta riposava sul letto rifatto, sopra le coperte, vestita di un abito nero, con una cuffia nera in testa. Un crocifisso le dormiva sul petto.
—Guardi,—proseguì la Ghita, vedendola approssimarsi per una dolorosa attrazione al cadavere:—le ho dovuto mettere la mia corona in mano, la sua era di vetro, e non si può.
Ida considerava il cadavere con una stretta di cuore, poi lo studiò come avrebbe fatto di un proprio abbigliamento. L'abito abbastanza nuovo faceva una buona impressione, la cuffia, malamente stirata ma fresca, le incorniciava con una nobiltà malinconica la piccola testa macilenta, mentre la camicia, orlata al collo di un pizzo bianchissimo, dissipava con felice contrasto i ricordi della malattia. Ma sotto quelle ampie vesti il corpo si tradiva di una magrezza di spettro. La Ghita, che per una civetteria di brava donna aveva spinto la cura fino a pulirle le unghie, vi gettava tratto tratto uno sguardo di soddisfazione, quando la fanciulla le mostrò con un'occhiata fulminante le scarpe vecchie, scalcagnate, colle punte rosse.
La Ghita gliele aveva calzate per tenersi gli ultimi stivaletti.
—Per il viaggio che deve fare!—rispose in aria di scherzo per attenuare il furto.
Ida si sentì strozzare. E quella era la gente, fra la quale doveva vivere! Questa idea fu così greve, che non ebbe forza di sopportarla, e si tolse dal letto, mentre l'altra la tempestava di domande sul mortorio dell'indomani, al quale interverrebbe tutto il villaggio, e quindi non bisognava farsi guardar dietro, molto più che la gente era cattiva ed alcuni dicevano già che sarebbe senza preti.
Allora la fanciulla ebbe il pensiero di venderle tutte le mobilie, meno quelle della propria camera, perchè pensasse lei ad ogni spesa del funerale, parendole di morire a tutte quelle cure inevitabili, che le sorgevano innanzi come tanti pruni laceranti. Ma la Ghita si fece pregare un bel pezzo prima di acconsentire, e non cedette che sicura di aver tutto compreso nel contratto. Poi non voleva darle il denaro, pretendendo che per lei era una somma esorbitante quattrocento lire, duecento per il funerale, duecento per la signorina; la quale poteva bene aspettare, da lei, una povera donna con due bambini sulle braccia, adesso quasi nell'inverno. Ida sapeva benissimo di aver fatto un pessimo affare, ma quella somma così meschina le pareva una soluzione. Erano qualche mese di vita.