Ritornò nella propria camera alquanto sollevata, ma tosto pensò che la malattia aveva dovuto costare più d'un soldo, e che le duecento lire svanirebbero nei debiti della mamma. Fu un nuovo colpo che non la prostrò; la sua forte natura avea infine preso il sopravvento, scagliandosi nell'avvenire colla riottosa spavalderia della disperazione.

Non sapeva nulla e, peggio, non vi era nulla a sapere, ma la sua volontà, ritta nell'atteggiamento di Cambronne in faccia ai cannoni inglesi, eruttava contro il destino la parola sublimemente oscena di quell'invincibile vinto. Quindi il mondo ricomparve con tutta la magia de' suoi piaceri, le fronti s'inchinarono lontane, le gemme sorrisero il loro sorriso cortigiano, e la fanciulla si sentì grandeggiare nell'animo la implacabile ambizione del vizio. I forti non potevano fuggire la vita, perchè la volontà era la suprema delle forze: Balzac e Schopenhauer lo avevano provato.

Che importava, se la mamma era morta come aveva vissuto?

La vita degli individui come quella dei popoli ha il governo che si merita. Sua madre aveva nonpertanto accalappiato l'ingegnere, ella di valore più che decuplo accalappierebbe un principe e saprebbe imporsi al mondo legale, appena la ricchezza incorniciasse dei propri splendori il suo carattere ribelle e tirannico ad un tempo. Oramai la sua soluzione era presa: o maestra o cortigiana. Cortigiana dunque, perchè, almeno là capitavano i signori del mondo, e nel lupanare riuscivano le porticine secrete dei saloni. Il varcarle poteva essere difficile, ma non impossibile alla donna che si sentisse abbastanza forte per dominarvi. Ida aveva troppo studiato per credere alla morale ordinaria, ed avea troppa esperienza del mondo per non sapere che la vittoria è sempre una legittimità, quando il trionfatore sappia mentire le proprie origini. Quindi ruminava come gittarsi fra le perdute senza subirne le abbiette apparenze, ma non lo trovava per ora, abitando un villaggio e non avendo conoscenze per una capitale; però era fiduciosa in sè medesima come il viaggiatore, che parte per un mondo sconosciuto.

Invano la sua giovinezza e le idee della gente fra la quale era vissuta, si opposero all'empio progetto: una forza cieca ed inesorabile (i poeti greci l'avrebbero chiamata fato) la spingeva per quel viottolo forse più breve, sucido, forse dritto all'abisso infame della Tarpea. La sua miseria era per lei un'ingiustizia del mondo, il quale dovrebbe un giorno pagargliela, poichè soffriva da quattr'anni come i dannati dell'eternità, e non voleva più inutilmente soffrire. Adesso l'ora della battaglia suonava alla campana da morto di sua madre, coincidenza terribile che avrebbe spaventato un romano, mentre la fanciulla non avea finito d'indossare l'armatura ed erano quindi più probabili le ferite e difficile la vittoria. Ma ella si alzava bruna nelle tenebre, livida come quel cadavere, fredda forse altrettanto, non facendosi più un'illusione. Era sola e miserabile in faccia al mondo ricco e spietato, senza altre armi che il corpo, altra forza che la testa: tutti contro di lei, ed ella contro tutti. Non importa. Meno fanciulla di Annibale si ripeteva il suo giuramento, la mano stesa nell'ombra verso il cadavere della madre, giurando contro il mondo di essere un giorno bella, ricca, spietata come il mondo, scrollando gli ultimi rimasugli delle idee casalinghe, della fede religiosa, dei sentimenti giusti. Le passioni le suonavano nell'anima una fanfara piena di strilli e di scoppi, il vento di una corsa frenetica le fasciava la fronte, l'orgoglio delle sue ore più folli spiccava volate da stallone. Le narici palpitanti, l'occhio fulgido, coll'entusiasmo irresistibile della febbre, colla confidenza della disperazione, ella stracciava tutto il lembo della propria vita vissuta, per scagliarlo come un cencio in faccia al mondo dei lavoratori, al mondo degli onesti, al mondo dei borghesi, al mondo dei ragionevoli, ruggendo ancora una volta il vecchio urlo di battaglia, acuto, squillante, mordente, urlo di maniaco e di agonizzante, di suicida e di omicida:

—No.


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PARTE SECONDA