I.
Ida rimase meditabonda in faccia a quella traduzione. Da due mesi viveva con Jela, la quale fedele alla propria promessa di fanciullina era corsa a cercarla nel villaggio. L'aveva trovata col vecchio abito nero oramai diafano, il viso spento dalle sofferenze di ogni sorta. Quindi, saltando a piè pari tutte le scuse e i ritardi, l'aveva condotta seco come un'amica o una maestra, che la perfezionasse negli studii; ma, caso o felice cortesia, non aveva pronunciato quel titolo abborrito, porgendo l'invito con una affettuosità così fresca, che Ida fu doppiamente lieta di accondiscendervi.
Il viaggio non fu lungo.
Appena giunte al palazzo le due fanciulle si ritirarono nell'appartamento di Jela, e allora, sola in faccia a questa educanda, che aveva appena il senno di un fiore e lo spirito di un frutto, Ida riconquistò sè medesima. Però fu guardinga, e non si lasciò sfuggire nessuna di quelle risposte filosofiche, capaci di arruffare quella testolina di angelo monello. Quindi le raccontò con arte di consumato romanziere la propria sciagura, mostrandole così nudo e gladiatoriamente atteggiato il proprio orgoglio, che Jela ebbe quasi rimorso di averle chiesto aiuto per gli studii. Ma Ida sorrise abbracciandola; poi la intrattenne del convento, facendole indovinare tanta esperienza di vita ed insieme tanta facilità d'indulgenza frizzante di spirito, che la contessina ne rimase addirittura entusiasmata.
Se non che lasciando la casa, dove le erano morti il padre e la madre, Ida non aveva letteralmente più un soldo. Il suo abito pareva anche più miserabile con quella schizzinosa mondezza; aveva le scarpe scalcagnate, un cappellino lagrimevole sulla testa. La miseria aveva abbracciato quel suo corpo, nato per le orgie di un sultano, come una gramigna lo stelo di un garofano. Jela e Ida se ne accorgevano col medesimo sentimento. Ma la contessina, che le aveva già disposto un appartamentino provvisorio attiguo al proprio, entrandole in camera il mattino seguente e sedendosele sulla sponda del letto, le riparlò di tutti i discorsi della sera coll'amabilità leggermente servile di chi sta per chiedere una grazia. Ma non ne fu niente; parlò ancora d'altro, scherzò, fu bambina, sguaiata come tutti i bambini, tornò seria, tornò servile, e dopo tutto questo armeggio:
—Oh! senti Ida, facciamo i conti.
L'altra spalancò gli occhi senza rispondere. Ed ella seguitò esponendole il bilancio del proprio spillatico, abbastanza grosso e nullameno troppo tenue per tutti i capricci. L'altro giorno da un orefice avea veduto un diadema brillantato di contessa, una follia di bellezza e di prezzo: Dio! come era carino! Jela aggiungeva sospirando:
—Peccato che noi ragazze non possiamo avere nè gioie, nè quattrini. Dunque senti: ci conviene aver giudizio. Il mio appartamento è orribile, papà ha poco gusto; andrebbe appena per una nonna. Non v'è che la stanza da letto accomodata dalla povera mamma. È un appartamento serio come Giovanni il cavallerizzo: hai visto le sue basette? Beh! dunque?... ma se non m'aiuti, non ne vengo più a capo,—guaì rabbiosamente con le lagrime agli occhi, gettandosi fra le braccia dell'amica.
—Come stavo bene piccina a casa tua; e tu?