—No.
—No? non vorrai star bene con me? Bel gusto di umiliarmi per farmi piangere. No, siamo intese: tu hai più giudizio di me e mi sgriderai, ma se non hai giudizio, io piango tanto che te lo faccio spuntare.
E la fanciulla, superba di averle fatto tutto accettare senza nulla offrirle, si diè a saltare per la camera come una matta, finendo per strapparsi la veste e cacciarsi sotto le lenzuola con Ida.
E Ida s'installò nel castello dei conti di Monteno. Jela era tutta un sorriso, occupata nella vita come una bambina ad una festa di ballo, che ammira i fiori ed intasca i confetti. Appena fuori del convento se lo era scordato, quantunque ne avesse, varcandola, bagnata la soglia di molte lagrime; ma la sua armoniosa natura si conformava a tutti gli ambienti, respirava con eguale facilità in tutte le atmosfere. Era bella perchè era felice, era felice perchè era bella. Le sue idee, lunghe come i suoi capelli del biondo più soave, avevano tutte il colore di viola de' suoi occhi; la sua coscienza aveva la bianca freschezza della sua pelle; era delicata e leggiera. Non aveva sedici anni. Non sapeva nulla, non ambiva nulla, desiderando tutto. Poteva interrogare, ma non era curiosa; conosceva poco, capiva meno, non indovinava affatto.
La nota della sua anima era il riso; rideva con tutto, coi dorati riverberi dei capelli, colle iridi inumidite degli occhi, colle labbra rosse, coi denti bianchi. Le parole le cadevano come i fiori del mandorlo, colorandosi al bel sole della sua giovinezza come tante bolle di sapone, che si sciolgono senza scoppio nè traccia. Le sue mani si tendevano involontariamente per fare una carezza, appena si presentasse qualcuno a riceverla, con una delicatezza di puerilità bionda, di follia profumata. Era bella come un'apparizione, ed infatti appariva allora nella vita, di quella bellezza che non ha nome nè durata, che non significa nulla e ricorda tutto, i desiderii più puri, le fantasie più liete, le insulsaggini più perfette; capolavoro di una doppia giovinezza di corpo e di spirito, bellezza di una natura assurda, che ha spogliato la donna e la fanciulla per creare la giovinetta. Era come una camelia che avesse ceduto a un diamante la spenta morbidezza del proprio candore, un diamante che avesse ceduto a una camelia la propria soavità di gemma.
Jela non poteva essere amata e non poteva amare, ma attirava e sentivasi attirata. Se i fiori si movessero liberamente, pochi vorrebbero restare nel loro vaso di terra concimata, e li vedremmo al pari di noi cercare i siti più espressivi. Molte rose si poserebbero a fiorire sul seno di una donna, più di una viola malinconica andrebbe ad insinuarsi fra la tastiera di un pianoforte, per apprendere forse dalla musica il secreto della propria malinconia. Così Jela andava verso tutti, amava tutti, Dio e il mondo, il passato, il presente e l'avvenire, di un uguale affetto. Adorava suo padre, adorava la mamma senza ricordarsela, adorava la vecchia cameriera, adorava la cagnina, il canarino, il suo abito cilestro, la veste da camera bianca, le pantofole turche, la fanciulletta giapponese in avorio, un regalo dello zio, e tutti l'amavano, perfino i domestici. Era un giocattolo di tutti, che apparteneva a tutti, dal palafreniere che le insegnava equitazione al calzolaio che le misurava ammirando i minimi piedini. Non potendo dormire col canarino, dormiva con Nelly la piccola danese; ma fra tutti questi affetti, susurranti come un cespo di erba odorosa e poco più alti, uno solo sorgeva dominando, l'amore per Ida. Si conoscevano da bambine, e sino da allora la piccola rosea scherzava nelle braccia dell'altra, seria, cogli occhioni spalancati e i moti imperiosi. Una glicine abbarbicata ad una quercia. Gli anni erano trascorsi, ma le due donnine erano ancora nello stesso atteggiamento.
Quindi trascorrendo insieme tutta la giornata in incessante chiacchierio, Jela non impegnava mai una questione, non poneva un problema, o se presentavasi da sè, Ida ne dava indifferentemente la soluzione, senza premesse nè conseguenze, là, come uno scoppio di tromba in un preludio di violini. Jela accettava, guardava l'amica tirando innanzi. Ma tutte quelle risposte alteravano la flora della sua testolina, mentre la sua coscienza, che dovea pure fortificarsi, si assimilava lo spirito della sorella di latte.
Jela imitava inconsciamente Ida perfino nella frase e nel gesto; adorabile scimmia, più donna della donna che copiava, appendice brillante di un libro poderoso.
Ella non si era mai chiesta come Ida fosse povera: Ida avrebbe potuto mai esserlo anche essendolo?! E nemmeno come stesse nel suo palazzo senza far parte della famiglia nè dei famigliari, se vi resterebbe sempre, perchè spendesse il suo denaro non avendo il suo nome, donde venisse e dove andrebbe un giorno a finire, poichè Jela sapeva finalmente che ella stessa non sarebbe sempre una ragazzina. Che cosa il mondo diceva già di questa amicizia? Anzi una volta la vecchia cameriera, adesso più vecchia e golosa della affezione della padroncina, avendo voluto arrischiare qualche osservazione, Jela si era vezzosamente inferocita.