—Ida,—aveva esclamato,—è Ida.
Non ne sapeva oltre.
Ma se la serietà pensosa dell'altra non le avesse imposto, chissà che cosa quella pazzerella non avrebbe detto o fatto, perchè in questa sua passione composta di minuzie e di grandezze Ida era tutto per lei, la madre morta, il padre vivo, le amiche del convento, la suora prediletta, l'amante incognito ed ancora lontano lontano, il mondo con tutti i suoi misteri, la vita con tutte le sue febbri, la poesia con tutti i suoi splendori, la musica con tutte le sue soavità. Ida ascoltava, gettava il raggio del pensiero dove l'altra vibrava appena il filo luminoso della sua pupilla, alzava il velo cui ella toccava incertamente: le riempiva tutti i vani del cuore, le occupava tutti gli spazi della vita, era la parola di tutte le sue idee mute, l'eco di tutte le sue voci indistinte, l'anima del suo spirito, l'artista del suo corpo.
Jela era troppo bella per non essere civetta, ma era troppo giovane per saperlo essere, quindi scappava dalle mani della cameriera appena compiuta la toeletta, come Cosimo il canarino dalla gabbia aperta, e correva dalla maestra (questa volta Ida aveva accettato il titolo) a farsi vedere. Allora era un esame minuzioso e profondo: le stoffe e i colori, le trine e le frappe, le foggie ed i tagli, i nastri e le pieghe, armonie ed antinomie, sfumature e risalti, audacie e timidezze, tutto era discusso. Da ogni particolare esalavano profumi, su ogni curva strisciava un appetito, in ogni ondulazione palpitava una scoperta. Jela afferrava: la bellezza aveva un avvenire, ogni bellezza uno scopo. Quindi le pareva che le pieghe le penetrassero come nelle carni e le rivelazioni le salissero lambendo i piedi per la tenebrosa bianchezza delle sottane, mentre Ida le girava intorno parlandole colla sua voce più velata, quasi nella solennità di un mistero, creandola improvvisamente donna fra un'umida nebbia di caldezze. Allora la fanciulla si ricordava tutti i riserbi delle suore e le allusioni delle cameriere; si sentiva le palpitazioni della voluttà nella testa e giù nel cuore le vertigini dell'ignoto, ancora più ignoto dopo averlo immaginato. L'ignoto era l'uomo.
Ma tali conversazioni non erano se non parole, che erravano intorno a quell'arcano come un nuvolo di farfalle intorno ad un arbusto fiorito. Il riso vibrava sonoro e si spegneva di un tratto; v'era una lotta di ombre e di bagliori, di modestie e d'impudenze, poi Jela ritornava bambina ai discorsi insignificanti, alle divagazioni semplicemente birichine, senza una memoria di quanto aveva imparato e le sonnecchiava nell'animo.
Le due fanciulle non si lasciavano.
La mattina si correvano subito incontro, ciarlavano, si vestivano; ma Ida, che non aveva voluto cameriera, seguitava a vestirsi sempre in nero, adattandosi gli abiti da per sè. Indi facevano colazione, poi ritornavano nel loro appartamento, e Jela le insegnava il pianoforte, nel quale era abilissima delle dita come tutte le sue pari. Ida imparava con una rapidità spaventevole. Quindi scendevano nel cortile delle scuderie, dove un vecchio palafreniere le metteva a cavallo, vestite di una lunga amazone nera, in capo un bonnettino capriccioso inventato da Ida, gli stivali lucidi al piede, il frustino col manico d'oro o di agata in mano. Jela aveva paura, Ida era temeraria. Invano il cavallerizzo voleva rattenerla, quando partiva troppo spesso di galoppo sfrenato, più invano una volta avea voluto spaventarla gridandole:
—Se non si ferma, le farò saltare la barriera.
Ida col viso animato dalla corsa aveva gettato un urlo di gioia.
Si dovette per forza portare la barriera: mentre il maestro si raccomandava, Jela rideva senza sapere il perchè, e Ida tormentava ferocemente il cavallo.