—E mi dirai poi che cosa ne pensi?
—Senza dubbio.
Quella mattina al castello ci fu moto specialmente del cuoco e della Nencia. Il conte provò alcuni cavalli nel cortile della cavallerizza, e, ricordandosi improvvisamente del salto di Ida alla barriera, si sentì come il bisogno di parlarle. Sapeva di trovarla in biblioteca.
—Studiate davvero come una maestra,—le disse colla sua gentilezza un po' stordita.
Ella ebbe un sussulto, ma non trovò risposta.
—Sarebbe indiscrezione domandarvi il titolo del libro?
—Un libro antico: Leone Ebreo, Filosofia dell'amore.
—Lo studiate per voi?
—Per me!—rispose con un gesto di elegante pessimismo,—per Jela.
Il conte, che conobbe il proprio secreto già propalato, se ne imbarazzò; poi gli balenò nella mente la posizione della fanciulla dopo il probabile matrimonio di Jela, ed osservandole le gote allividite dall'ombra di quelle due grandi pupille nere, n'ebbe quasi pietà. Conosceva già le sue stravaganti superbie di maestra, e vi si interessava a quando a quando come ad uno dei pochi romanzi letti nella vita.