La biblioteca, uno stanzone oblungo, colle pareti nascoste fino al cornicione della volta dagli scaffali e due grandi finestre, che la riempivano di una luce taciturna, aveva una specie di nudità conventuale polverosa e severa. Le finestre alte, riparate da tende scolorate dal sole e striate dalle pioggie, non lasciavano vedere della scena ebraica dipinta nella volta se non qualche vistosità di abiti dietro il profilo sfuggente di una palma. Una umidità di sotterraneo appannava i lastroni quadrati del pavimento, ed annerendo gli scaffali di quercia, cogli sportelli a rete di filo di ferro, agghiacciava ancora quello stanzone, nel quale la vita del pensiero sembrava non essere entrata che per morirvi mutamente. Alcuni busti di filosofi, affondati dietro le cimase degli scaffali, gettavano tratto tratto bianchi bagliori di teschi, mentre una vecchia lucerna in fondo, sopra al tavolo di Ida, spenta chissà da quanti anni, sembrava accrescere ancora quell'ombra. Il conte, che non vi entrava quasi mai, si guardò attorno.

—Osservi,—gli disse la fanciulla, vedendo il suo sguardo fermarsi sul Cristo gigantesco, inchiodato sulla porta dominando quel cimitero di pensieri con la propria figura cadaverica.

Il conte si rivolse invece a guardare lei, e fu colpito dalla strana rassomiglianza di quei due pallori, ai quali il nero della croce e il nero dell'abito davano un funebre risalto.

—Osservi,—ella ripetè dopo una pausa, con accento velato:—quel Cristo non ha la corona di spine.

—Gli sarà forse caduta.

—Nella biblioteca... e qualcuno l'avrà raccolta. Ma la fanciulla, evidentemente pentita della malinconia delle proprie parole, gli lanciò un sorriso vivace, riconducendo il discorso su Jela e i cavalli provati la mattina. Era forse la prima volta che il conte si trovasse in colloquio così libero e stretto con lei, dopo averla concessa a Jela come la distrazione più adatta appena fuori del convento e prevedendo bene che un giorno o l'altro se ne sarebbe stancata. Solamente, nella sua generosità di gran signore, egli si riserbava di fornire alla maestra un collocamento o una dote per pagarle così l'ultimo debito della educazione di Jela. E poichè nell'andare a riprenderla con Jela al villaggio, si era ingannato immaginandola di costumi e di apparenza volgari, dopo non aveva più analizzato il proprio disinganno su quella grande fanciulla dal portamento altero e dalla conversazione di una mobilità così intelligente. Invece vi si compiaceva inconsciamente, perchè le armonie si avvertono meno quanto sono più perfette.

Ma a volta a volta gli occhi gli si posavano sul bel corpo della fanciulla, che pareva offrirgli nel sorriso di una parola la chiave di una rivelazione. Allora un desiderio alzava la testa fra molti dubbi, agitandosi in un guizzo di fiamma; ma la fanciulla aveva già abbassato gli occhi parlando ingenuamente con Jela, e il desiderio del conte si riaddormiva come uno svegliato innanzi tempo o per errore. Egli era un gentiluomo di modi squisiti, profondamente convinto della propria nobiltà, troppo ricco per avere mai lavorato, e troppo corto d'ingegno per essersi mai annoiato nell'ozio. Un tempo aveva amato le cacce e i cavalli, ma col cadere della gioventù anche queste passioni se ne erano andate, lasciandolo in una calma d'inerzia, che aveva come la voluttà di un riposo e gli dava nel mondo la superiorità di un uomo molto addentro nella vita. Allora non amava più nulla e non si ricordava d'altro.

Da qualche anno si ritirava lunghi tratti in campagna fra quei monti pieni di selvaggina, vivendovi da solo una vita da gran signore. Di donne vi si occupava più poco, come di lepri alle quali somigliavano fin troppo nella timidezza selvatica e nell'agro del sapore.

Possedeva quattro belle tenute e una figlia ancora più bella: aveva poco oltre quarant'anni, era solo, eppure non molto tenero di quella bambina, capolavoro della sua gioventù, più incantevole della mamma, perchè più sana e con altrettanta delicatezza. Gli piaceva, l'amava, le dava in dote le due più belle tenute, qualche cosa come due milioni, le permetteva qualunque capriccio, non l'aveva mai sgridata e non la sgriderebbe; era contento insomma di vederla bella e felice e che la fortuna le stendesse lungo la strada della vita i morbidi tappeti della ricchezza, ma non si chinava mai a respirare il profumo di quel fiorellino o a percuotere quella piccola anima, adorabile appunto perchè piccola, per trarne un suono, che fosse l'eco dei suoni della sua anima di uomo e di padre.

Era uno di quei fortunati, pei quali la vita non ha problemi, e ai quali una salute di ferro metallizzando l'egoismo, non si può dire che siano cattivi, perchè non possono nemmeno esser buoni. La robustezza della sua costituzione lo aveva salvato dalla cancrena de' vizi, l'abitudine della caccia e della vita campestre lo preservava dalle morbosità vanitose delle piccole cariche. Gran signore, che sentiva parlare volentieri del medio evo, coll'istinto della prepotenza impedito dalla indolenza del carattere, aveva una muta ed educata ironia per le manìe progressiste e le borie democratiche del proprio tempo. Non era nè religioso nè empio, o più italiano che straniero; accettava egualmente la repubblica e la monarchia, ma era ancora un gran signore, nel quale la grandezza, diventata natura, pareva semplice e l'ozio meritato da servigi inconoscibili. E Jela, gracile pianta alimentata dal succo della madre sul terreno paterno, ne risentiva l'aridezza, affrettandosi ad esaurire tutta la propria vitalità in una festa mattinale di bottoni e di fiori.