Ida, che avendo compreso subito il conte non vi aveva fatto nessun calcolo, al vederlo entrare in biblioteca ne fu piuttosto meravigliata.
Il conte era sempre in piedi, colle mani appoggiate al tavolone, gustando la buona impressione, che gli faceva la maestra quel mattino, abbandonata sopra un braccio della vecchia poltrona di cuoio a spalliera dritta, alta come una cattedra.
—Come potete mai passare tante ore in questo tetro camerone, sempre sola?
—Forse che in due sarebbe più facile?
—Forse.
—Allora provi. Jela avrà troppo da fare colla toeletta e non verrà a cercarmi che fra due ore.
—Non sono uomo di studio,—replicò col suo tono leggiero, cercando cogli occhi una seggiola.
—Piccolo guaio! in due non studiano che i ragazzi preparandosi all'esame.
—Ma è dunque un invito!
—A che cosa, signor conte?—ribattè con un sorriso così fine, che egli comprese d'aver a fronte una donna, contro la quale le sorprese non erano possibili, e colla quale la commedia avrebbe dovuto essere di una grande perfezione. Si fermò, poi avvolgendola in un'occhiata di gentiluomo uso a comprare le donne e i cavalli, la squadrò, l'ammirò e ridivenne l'uomo amabile del salone, che ha sempre una spiegazione per ogni audacia e una ritirata per ogni sconfitta.