Il conte piegò un ginocchio; ella si lasciò prendere con tale atto di sapiente civetteria, che persino gli stallieri se ne accorsero. Quindi egli la sollevò fra le braccia, lambendole quasi colla fronte il seno sotto al suo viso pallido, che lo dominava con una moina inimitabile, dall'alto, senza una preoccupazione del cavallo.

—Ida!—s'intese chiamare Jela da una finestra del primo piano:—senza dire nulla... mi rubi papà.

Questo scherzo innocente capitava così a proposito, che il conte sentì dietro le spalle fremere gli stallieri. Si slanciò sul suo sauro.

—Ida!—tornò a chiamare la fanciulla più forte, mentre l'altra si era voltata a vedere il conte inforcare il proprio cavallo impennatosi appena libero dal cocchiere. Vi fu una lotta, ma il conte perfetto cavallerizzo la vinse e, spingendosi innanzi ad Ida con tre salti, fe' un cenno alla figlia. Ida gli cacciò dietro Febo di un balzo temerario, e salutò Jela col frustino.

All'uscire dal portone i due cavalli già quieti caracollavano col collo arcuato e il passo sospeso. Il conte era fermo in sella come una statua, Ida invece acconsentiva ad ogni moto di Febo colla più graziosa morbidezza di flessioni.

—Cavalca pur bene!—esclamò Jela dalla finestra.

Ma la vecchia cameriera, che la spiava accigliata, mormorò:

—Gli vanno incontro... anche lei!

—Davvero!—gridò Jela tornando a guardarli, che erano già sulla cancellata. Il conte si ritraeva per lasciarla passare, e Ida innanzi gli si rivolgeva scherzando col frustino nel fiocco nero sulla fronte del suo sauro, con uno scorcio, che anche da lontano era di una audace bellezza.