—Civetta!—balbettò la Nencia, togliendosi dalla finestra.
Jela rimase impensierita.
Dopo circa due ore una elegante victoria entrava con un forte tintinnìo di sonagli il gran cancello del palazzo, seguita da Ida e dal conte sui cavalli bianchi di schiuma. Tutti i servitori erano accorsi, ma il duca, gettandosi prestamente dal predellino, volle aiutare la fanciulla a discendere, e le offerse il braccio per lo scalone.
In cima Jela, che fingeva di accorrere incontro al padre, si fermò percossa sulla soglia del proprio appartamento.
—Jela!—esclamò gaiamente il vecchio duca, chiamandola con un gesto:—sei proprio decisa a non darmi più un bacio?
La fanciulla, che aveva già guardato il conte Alidosi, rossa come una rosa corse allo zio per nascondergli il proprio turbamento sul petto. Egli le cinse col braccio libero la testa e, sfiorandogliela colle labbra, le presentò l'amico, così quasi nascosto, mentre ella tentava un piccolo inchino comico abbassando gli occhi. Poi entrarono nel salone. Allora il duca scherzò con Jela, disse qualche amabilità a Ida, intanto che il conte Alidosi s'insinuava elegantemente nella conversazione, mescendo la propria voce quasi femminile al concerto di quelle due voci tremule ed armoniose. Ma nonostante l'abilità degli attori la scena languiva, Jela non trovava più che dei monosillabi, l'altro con tutta l'apparenza di un giovane perfettamente alla moda, poco uso a simili convegni, perdeva la prima spigliatezza.
—È un tipo dunque?—rispondeva il duca al conte, sbirciando Ida.—Mi pare interessante. E tu?—seguì con fatuo sorriso di corruttela.
Il conte Alberto alzò le spalle.
—Troppo difficile...