Egli osservò subito che tutte le sedie erano spagliate.
—Si accomodi,—disse la donna a bassa voce, quasi tremando.
Ma egli restava nel mezzo, impacciato.
Quella miseria lo agghiacciava. La stanza non era sucida, anzi ai muri vi si vedeva ancora una carta chiara, a fiorellini oscuri, che le avrebbe data un'aria di lindura; ma le tende mancavano, e così vuota pareva anche più grande. Evidentemente si trattava di una di quelle miserie cittadine, pulite e guardinghe, che si nascondono lungamente, arrivando nel silenzio di tutti gli abbandoni alle più inverosimili estremità. Sulla tavola, dentro un candeliere di ottone dal piede slabbrato, bruciava una mezza candela sottile di stearica accanto ad un bicchiere d'acqua; il secchio in ferro bianco era rimasto sul focolare.
La donna si trasse di testa il fazzoletto.
Adesso appariva rossa, ma di un rossore fugace e violento. Aveva infatti quel gran naso, che a lui era parso di notare nella strada: era secca e scarna, colle guance infossate perchè le mancavano molti denti, gli occhi chiari e luminosi. Il suo aspetto non era senza una certa signorilità; aveva gettato con gesto nervoso il fazzoletto sulla spalliera del canapè, poi era tornata addietro per assicurarsi di avere ben chiusa la porta del pianerottolo.
Disse:
—Scusi, mi pare di averle già confessato che siamo povera gente: si accomodi,… ecco la sedia migliore,—aggiunse con un sorriso stentato:—se non fosse così, non si farebbero certe cose.
—Ebbene, dov'è la ragazza?—l'altro chiese impaziente per sottrarsi al senso penoso, che gli veniva da tutti quei particolari.
—Vado.