LA TERZA GIORNATA

Il sole entrava per la finestra spalancata.

Tina, desta sino dall'alba, ne sentiva ancora il fresco sotto la pelle, e si era raggomitolata nella coperta agitando il capo sul cuscino. Un sudore le imperlava la fronte livida sotto l'ombra dei capelli arruffati.

Con ambo le mani si tastò il ventre gonfio.

Dovevano essere le dieci: qualche rumore saliva dal vicolo, qualche rondine nera passava davanti alla finestra stridendo come i pensieri che le attraversavano la mente. La camera aveva sempre lo stesso squallore, ma un profumo di muschio la riempiva: infatti tre o quattro boccette dalle forme bizzarre lucevano dinanzi allo specchietto nel mezzo del comò. Una candela di stearica rosa, bruciata a metà, era ancora sulla sedia accanto al letto e, nell'angolo, da un chiodo pendeva un abito cilestrino, con una fascia pieghettata all'orlo della sottana. Era il primo, che la sarta della signora Cesarina le avesse fatto, ma non se lo era ancora messo.

Tina si volse a guardarlo, poi udendo un piccolo passo all'uscio si levò sentoni.

—Sei tu, Betta?

Invece di rispondere, la fanciulla sporse dalla porta il capo ravvolto nel solito fazzolettone.

—Vieni, vieni.

Ma Tina si strinse con atto freddoloso la camicia sul petto dimagrato, cercando di sorridere alla piccola visitatrice incerta sulla porta.