Sempre tremando dal freddo si accorse di essere diventata diversa da tutti quelli che incontrava, mentre una inesprimibile stanchezza le faceva provare un senso anche più misterioso di lontananza, come se la sua casa in quel vicolo fosse già infinitamente distante. Era uscita per chiedere alla signora Cesarina quel supremo favore, poi sarebbe tornata subito a letto; ma tale pensiero era così fisso e profondo che nulla gli contrastava dentro: Perchè? Che cosa era stato? Tossiva, aveva il ventre gonfio, dolente di uno spasimo sottile, che si acuiva sotto l'anca sinistra, dacchè la febbre le era cominciata una sera sul letto assopendola. La mattina dopo seguitava ancora: e non l'aveva più lasciata.
Siccome eran sopravvenuti altri dolori di ventre, la mamma, incolpandone prima il vino poi la frutta, le aveva fatto inghiottire un'oncia di olio di ricino, ma era stato peggio: quei sintomi avevano aumentato fra i sorrisi della signora Veronica e gli scherzi di Betta.
Adesso per la strada era ripresa dalla stessa paura: dove? In qual casa volterebbe?
Una vergogna, un avvilimento anticipato, le curvava già la testa. Eppure quel sole le faceva bene riscaldandole un po' il sangue; era proprio un sole di maggio splendente nel cielo di un azzurro vivido, che sembrava palpitare; l'oro di tutta quella luce inondava l'aria, aveva dei soffi simili a quelli del vento passandole sui capelli come una carezza, mentre ella camminava sempre così piano, collo stento dei malati che debbono andarsene davvero. Tuttavia sentiva intorno il fremito dell'immensa gioia primaverile piena di scoppi, di colori, di profumi: le case parevano nuove, la gente parlava a voce più alta, con una fiamma di promesse negli occhi. Ella beveva avidamente il calore del meriggio, che le scendeva nelle vene fredde avviluppandola tutta come in un velo luminoso e leggiero. Era l'ultima volta che starebbe così nel sole, in mezzo alla folla rumoreggiante coll'impeto di una fiumana; il suo strepito l'assordava senza affaticarla, aveva delle onde e delle raffiche; improvvisamente diventava come un tuono lontano, e allora qualche strido, uno schiocco di frusta vi squillavano, le carrozze rotolavano, un fischio fuggiva rapido e un sorriso sprizzava come un lampo dagli occhi di una donna.
Ma ella non invidiava più.
La sua debolezza era così profonda che non avrebbe potuto fare un moto per mescersi a quel tumulto.
Simile alle foglie invernali, che cadendo a primavera da un tetto vagolano adagio nell'aria e sembrano anche più morte, ella andava colla veste leggiera, la testa barcollante ad ogni passo. Soltanto gli occhi cilestri le brillavano ancora di una luce acquea, come di gorgo, nel quale il cielo si rispecchiasse attenuando l'ardore del proprio azzurro. Da lungi vide il fiume biancheggiare, e più lungi ancora i colli le si confusero in un'ampia visione verde, raggiante di oro in alto. Poi una stanchezza la vinceva nuovamente, e allora guardando gli scalini delle soglie avrebbe voluto sedervisi colla testa al muro, per rimanere lì senza parlare, sul margine di quella fiumana, sotto il sole.
Quando giunse nella strada della signora Cesarina allentò ancora il passo come destandosi alla improvvisa difficoltà di quello che stava per fare. Forse ella non le avrebbe risposto che ridendo senza credere alle sue parole, ma oramai era impossibile tornare addietro. Però tremava di non trovarla sola. Vide le griglie dell'appartamento socchiuse secondo il solito: salì a stento le scale, fermandosi più volte. La porta era semiaperta.
—Ah! voi, come mai?—disse la signora Cesarina apparendo sull'uscio della cucina:—Aspettate, c'è gente. Entrate qui.
La medesima serva stava al focolare cucinando: appena furono sole, vedendola così smorta nel viso, si accostò: