—Dovete curarvi,—disse l'altra.

—È impossibile.

Tina aveva abbandonato la testa sopra una mano, la serva si chinò sul fornello senza insistere davanti alla segreta tragedia della fanciulla. Nella casa silenziosa l'agiatezza regnava dappertutto: la cucina bianca aveva i mobili rossastri; a una parete brillavano di un azzurro marino le casseruole e i tegami di ferro smaltato, il focolare in mattoni rossi aveva parecchi fornelli cogli usciuoli di ferro a catenacci borchiati di ottone. Tina non fece alcun confronto colla propria condizione e quella della signora Cesarina arrivata, speculando sulla gioventù e sulla miseria di tante fanciulle, alla ricchezza, senza che mai nelle parole o negli atti le apparisse un rimorso.

Alcune voci si udirono, una di uomo, all'usciuolo, che da quella camera dava sul corridoio dirimpetto alla porta del pianerottolo; distinse un bacio fra uno scoppio di risa, poi la porta si rinchiuse e subito dopo una figura grossa e bianca, tutta bianca, in una leggera vestaglia, si precipitò saltellando nella cucina. Aveva dei magnifici capelli neri, graziosamente spettinati: un viso rosso tondo, e nel salto che fece incontro alla serva, la massa del seno le ondeggiò sotto le crespe sbuffanti della veste.

Ma vedendo Tina si arrestò.

—Hai fatto la crema?

—No.

—Via, spicciati.

La signora Cesarina entrò.

—Siete ancora qui!—disse a Tina, come se l'avesse già dimenticata; e il suo occhio esaminava le due ragazze così dissimili.