Ella l'aveva venduta per debolezza di donna povera, vissuta sempre senza lavorare e atterrita dall'idea di non sapere più come andare innanzi. In fondo, non era mai stata nè donna, nè madre. Le donne vere non erano certamente così, stavano più in alto: quelle come lei e la mamma dovevano invece essere ciò che gli altri vorrebbero. Eppure qualche cosa l'avvertiva che non era vero; una donna poteva sempre salvarsi anche nella più estrema miseria, quando il freddo vi piglia allo stomaco; però adesso era troppo tardi. Tutto finiva sempre nella stessa delusione per lei; nuove umiliazioni le cadevano sopra, qualche parola la feriva, mentre a testa bassa ella non pensava che al momento di tornare a casa per gittarsi sul letto fingendo di dormire.
Poi non sapeva chiedere: se le offrivano qualche cosa, accettava senza diventarne lieta, perchè non aveva nemmeno quei facili desiderii di tutte le fanciulle povere appena arrivano a possedere del danaro.
Tuttavia la dicevano buona per la sua immutabile indifferenza anche coi vecchi. Era sempre la stessa fanciulla, pallida, ubbidiente, che sarebbe stata incantevole se una qualunque gioia della vita avesse rianimata quella sua grazia primaticcia. Ma ella non s'interessava di nulla e di nessuno, non avendo mai ricevuto una buona parola da quella sera che egli, il primo, era fuggito gridando: Sàlvati. Come si chiamava? Che cosa poteva essere l'amore, del quale tutte le donne parlavano? Perchè non le era mai apparso? Qualche volta, come in un sogno di favola, ella pure aveva pensato che un bel giovinetto venisse a portarla via, per una qualche verde campagna, senza chiederle quello che tutta la gente esigeva così dolorosamente; silenziosa, tremante, la fanciulla se ne sarebbe accontentata, riamandolo con una devozione di bambina. Altre volte invece la coglieva repentino e convulso il pensiero di avere già nel ventre gonfio e doloroso una piccola creatura destinata a soffrire come lei insino a che non fosse morta. Ma di questo dubbio troppo atroce ella trionfava subito sapendo di morire.
N'era certa; da tre o quattro giorni non mangiava più.
Un monello la tirò per la gonna, fuggendo con un largo sorriso sulla faccia sporca di fuliggine.
Tina si raddrizzò sul parapetto collo sguardo incantato nella lontananza del fiume: era dunque passato molto tempo dacchè contemplava distrattamente l'acqua fuggire sotto l'arco del ponte?
Con un gesto vago si mise una mano sugli occhi, e il cuore le si strinse in una emozione di addio. Al di là di tutti i ponti, oltre i muraglioni del Lungarno, i colli erano diventati cilestri nelle cime sotto il sole alto in uno splendore di fornace, che le abbagliava le pupille.
Ma ella si sentiva già fuori del paesaggio; quel parapetto le diede una sensazione di confine.
Salutò.
La sua casa non era molto lontana. Col cuore che le batteva spaventosamente per la fatica di fare le scale, si trovò fra le due porte aperte sul pianerottolo: Betta era di là, nella propria camera. Come un'ombra passò dalla cucina nell'altra stanza, si spogliò e si mise a letto; porte e finestre rimanevano aperte. Alcune mosche ronzavano nel sole, qualche rondine passava come un baleno nero davanti alla finestra.