Distesa sotto la coperta, col volto mezzo nascosto, Tina aveva chiuso gli occhi. La febbre, cresciuta nello sforzo del viaggio, le faceva battere le tempia e girare il letto colla sensazione che tratto tratto si capovolgesse, e allora per tentare di dormire sprofondò tutta la faccia nel cuscino, cercando di rimanere immobile.

L'ore passavano. Betta tornò col medesimo passo silenziosa a sporgere la testa dalla porta, attese qualche minuto, poi la sua faccia si fece grave.

Poco dopo il sole si ritirò dalla camera: i suoi ultimi raggi sul pavimento parvero come una larga pezza di damasco giallo, che una mano invisibile ritraesse lentamente su pel davanzale della finestra, mentre in alto il sereno, attenuando il proprio splendore, diventava più puro. Un'ombra lieve usciva dagli angoli della camera e d'intorno ai vecchi mobili, il colore del soffitto si oscurava. L'aria si fece fredda.

Le mosche non ronzavano più, e fuori le rondini nella malinconia del tramonto imminente gittavano stridi più acuti.

Molte finestre sbatterono, il murmure dei passi cresceva nel vicolo.

—Perchè ti sei coricata?—chiese la mamma.

Tina aprì gli occhi.

—Bettina mi ha detto che sei andata dalla signora Cesarina; le hai chiesto gli ultimi otto franchi, che ancora ci deve?

Tina ebbe un atto come di chi improvvisamente ricordi.

—Ah! dovevo immaginarmelo,—l'altra esclamò con un tremito di collera nella voce:—sempre così colle tue delicatezze! Eppure ti avevo detto più volte che in casa non ci restava più danaro.