—Andiamo di là.
Tina colla testa appoggiata al muro guardava nel vuoto.
La signora Veronica aveva ragione. Tina era tisica; forse la malattia covava da molto tempo, ma quell'olocausto era bastato a determinare l'esplosione con una peritonite rapida e violenta, che bruciava tutto quel corpo in una fiamma invisibile. Adesso il suo volto scarno pareva che se ne illuminasse internamente, perchè aveva acquistato un insolito splendore. Da tre giorni non mangiava più, bevendo appena qualche bicchiere d'acqua imbiancata col latte, e le sue parole si erano fatte più rare.
La morte compiva già l'ultimo desiderio della fanciulla, ricomponendole nel proprio incanto quella verginea bellezza quasi di fiore non colto.
—Ma perchè non vuoi il medico?!—esclamò la mamma.
—È un amico del curato, io lo conosco; cominciamo dal chiamare questo. Date retta a me,—soggiunse la signora Veronica:—è un bel vecchio, parla bene.
—Lo sanno i casigliani che sono ammalata?
—Sì. Anche stamane le Arrighi mi hanno fermata per chiedermi vostre notizie: siete simpatica a tutti. Siate sicura, nessuno ha ancora saputo nulla.
Un sorriso pallido passò sulle labbra dell'inferma, poi fece un gesto alla mamma:
—Dammi il vestito nuovo.