—Signore, sia fatta la vostra volontà.

Don Pietro si avanzò sino tra i mattoni e le stese ambo le mani sul capo.

Adesso anche ella aspettava coll'anima tesa delirantemente: un sudore gelato le colava dalla fronte, le tempie le battevano da spezzarsi. Con uno sforzo supremo, quasi attratta da quelle due mani aperte sulla sua testa, si alzò; ma per una sensazione improvvisa, inesplicabile, si accorse di essere mal vestita come stava per solito in casa. I piedi le tremavano dentro le vecchie scarpe, e la sottana, diventata più corta su quella rotondità del ventre, le lasciava scoperti gli stinchi.

Non aveva nemmeno le calze.

Vacillò, e dentro quella nicchia troppo stretta, nella quale le sue spalle stentavano ad entrare, appoggiò la testa al muro chiudendo gli occhi. Istantaneamente tutto disparve: il suo corpo lieve come la sua anima calava nell'ombra di un abisso con un ondulamento di nuvola nella notte; non si ricordava più di nulla, sentendo soltanto di essere ancora ritta, col capo inclinato sulla spalla, nell'ultimo atteggiamento. L'abisso era profondo. Lungamente ella vi discese senza che una curiosità si movesse nel suo pensiero o una immagine nella sua memoria; l'ombra le si stringeva intorno come un velo in pieghe tacite e molli, e un alito fresco vi passava attraverso sfiorandole il viso.

Quanto durò così?

Non avrebbe potuto dirlo, ma un urto violento l'arrestò, e si vide sulla soglia di una porta, nel mezzo della quale era inchiodata una croce bianca. Uno spasimo le contorse il ventre, rinnovandole tutti i terrori nella necessità di fuggire davanti al nuovo ostacolo, giacchè quei passi si avvicinavano nuovamente con una cadenza più lenta, spaventevole. Tese l'orecchio, poi con ambo le mani tentò di scrollare la porta gridando:

—Mamma! mamma!

Invece la voce le si spense in un soffio sulle labbra, e le mani le caddero intirizzite dal freddo, che fischiava fra i battenti della porta: tutto il suo volto n'era gelato.

E rivolgendosi scorse un uomo in ginocchio, che si allungava per prendere qualche cosa nell'ombra: erano quegli stessi mattoni e lo stesso cassetto pieno di calce, che aveva già veduto nella chiesa davanti alla nicchia. Le venne meno il respiro. Colla schiena appoggiata alla porta guardava immobile quel fantasma alzare silenziosamente uno ad uno i mattoni per allinearli ai suoi piedi chiudendo il vano della soglia. I mattoni erano rossi, enormi. Poi il fantasma piantò la cazzuola dentro la calce, e allora Tina sentì che la prima fila le toccava la punta dei piedi appoggiati col garretto alla porta.