Finalmente credette di comprendere.
Un altro grido lungo, disperato, le salì indarno dall'anima. Il muratore, annunziato da don Pietro, l'aveva raggiunta a quella porta chiusa da una croce bianca: ella aveva udito tremando i suoi passi dal fondo del corridoio, nell'ombra della chiesa, sempre più vicini, con una cadenza lenta ed immutabile. Invano, senza ricordarne il modo, era fuggita da quella nicchia giù per una tenebra molle come un fumo: era inutile, era tardi. Una seconda fila di mattoni le arrivava già al disopra degli stinchi; tratto tratto sentiva un colpo secco della cazzuola, che li allineava, mentre quella testa bassa si moveva silenziosamente nel lavoro. Chi dunque l'aveva condannata ad essere murata viva col bambino nel ventre? Malgrado il terrore, che la paralizzava, tentò di piegarsi innanzi per spiccare un salto, ma non le riuscì nemmeno di staccare la testa dalla croce.
Un altro freddo le saliva per gli stinchi già coperti dal muro.
E il muro cresceva.
Con una leggerezza meravigliosa il muratore stendeva colla cazzuola la calce sulle costole dei mattoni prima di alzarli sulla cortina, senza levare mai il capo quasi interamente calvo e che in quella oscurità aveva come un luccicore di teschio. Nullameno a Tina parve di riconoscerlo, ma incollata sulla porta guardava senza gridare e senza piangere. Il suo pensiero irrigidito dal freddo della morte era diventato lucido come un ghiaccio nell'ombra, i suoi occhi non tremavano più.
Poco dopo un contatto la fece trasalire; era il primo mattone, poi un altro, un altro ancora, rapidamente, e il loro spigolo s'imprimeva appena sulla convessità del ventre tirando su la sottana dagli stinchi. Mio Dio! Mio Dio! La fila non avrebbe potuto più alzarsi senza schiacciarlo nella poca profondità di quel vano. No, no, era impossibile, non potevano schiacciarle il ventre prima di seppellirla viva, perchè avrebbero schiacciato anche il suo bambino. Egli era più innocente di lei; perchè si voleva fare così? E Tina lo sentiva contorcersi disperatamente allungando le manine per arrivarle al cuore, mentre un pianto gli usciva dagli occhi chiusi e la bocca gli si raggrinziva nell'orrore della paura.
Ma dentro questa visione, che le sorgeva dalle viscere, Tina vedeva sempre quel fantasma curvo sul proprio lavoro affrettarsi silenziosamente.
A un suo moto rabbrividì.
Poi quella testa si alzò sfiorandole quasi il ventre per cominciare la nuova fila, e allora Tina riconobbe la faccia di colui, che pel primo l'aveva fatta gridare nella camera della signora Cesarina: erano gli stessi occhi freddi, quei baffi rossi, sotto i quali il sorriso aveva una piega così cattiva.
Tutto il sangue le rifluì al cuore in una convulsione suprema, che strappò un urlo anche al bambino.