Ella se lo intese nel cervello.
Lui, lui, era lui, il padre!
Ma nell'orrore ella non poteva nè gridare, nè muoversi. Una forza d'incubo la teneva immobile contro quella porta, della quale la croce bianca le entrava dolorosamente fra i capelli irti nel raccapriccio; quel freddo, fischiando sempre dalla fessura dei battenti, le aveva fatto diventare la pelle dura come un vetro. Con uno sforzo inesprimibile tentò di staccare una mano per respingere il mattone, che già stava per schiacciarle il ventre, ma una doglia più tremenda sembrò che glielo aprisse, poi un peso immane, qualche cosa le squarciò la carne e, penetrandole nelle viscere, spezzò anche il bambino.
—Mamma, mamma!—ella potè gridare veramente.
Questa si destò spaventata dall'accento delirante e dal soprassalto nervoso della fanciulla: con ambo le mani le toccò la testa. Scottava.
—Che hai, che hai, cuore mio?
Tina ansava ancora nella convulsione del lungo sogno, e allora la mamma cercò la candela per accenderla.
Finalmente vi riuscì.
La faccia di Tina era scomposta: un pallore cadaverico le si era diffuso per tutto il volto, aveva i capelli bagnati, le labbra scure, gli occhi vitrei, che pareva non dovessero chiudersi più.
—Che cosa hai? dimmelo: vuoi bere?