Allora la mamma, girando intorno al letto, le addoppiò addosso la coperta scoprendo mezzo il lenzuolo.
—Stai bene? Vuoi del latte?
—Chiama la signora Veronica.
Tina rimase sola.
In quel momento il sole dal comò veniva radiosamente verso il letto saltando sulla tavola, che la mamma e la signora Veronica avevano trasportata dalla cucina per poter mangiare non lontano dalla ammalata.
Ella pensava:
—Che cosa è la morte?
E non sapeva immaginarsela che quale un sonno più lungo, forse più freddo ma insensibile, come assopendosi per qualche ora ella non lo sentiva più salire così, adagio, dai piedi. Aveva pensato pure a che cosa le metterebbero indosso prima di adagiarla nella cassa, poichè aveva regalato a Betta l'unico abito veramente suo ma le restavano ancora due camice nuove e una sottana nel comò. Poi chi la vedrebbe? Chi lo saprebbe?
Pareva che una nebbia le fosse entrata nel cervello, stentava a ricordarsi: nessun rimpianto, nessuna immagine le saliva più dalla coscienza. Forse così muoiono i fiori sotto l'umidore delle rugiade, dopo che il sole li essiccò nella lunga giornata, Persino quella ultima, acuta voglia di una bianca corona virginale sulla bara non rimaneva più che come la estrema luce del suo olocausto.
L'aria della camera si era riscaldata, il sole copriva adesso la piccola tavola di una fiamma, salendo per il letto verso i piedi di Tina; ella lo guardava di sbieco senza muovere il capo. Era bello: ma le piante morte o morenti nei campi se ne accorgono forse?