—Sarò bella anch'io una volta!

Tina ebbe ancora un sorriso negli occhi, ma la signora Veronica si volse alla signora Adelaide:

—Avete un cencio per sfregare la tavola? Meglio forse stendervi sopra qualche cosa di bianco; aspettate, vado io di là a prendere una tovaglia.

Andò e tornò subito.

—Sedete qui con me, signora Adelaide,—disse quasi imperiosamente, perchè non tornasse al letto.

Parlava con voce calma come al solito. Il sole le batteva sulla faccia grassa e lucida, accendendovi qua e là come dei riverberi; allora guardò alla finestra coll'idea subitanea di socchiuderla, ma capì che l'ammalata non ne avrebbe forse avuto piacere, e rigirandosi venne a voltargli contro la schiena.

Sulla tavola aveva disteso un mezzo telo di lenzuolo.

La signora Adelaide aveva dovuto sedersi a un angolo fuori del sole vicino a lei. Betta sempre con quel fazzolettone, che le fasciava la faccia gonfia e giallastra, stava in piedi all'altro capo, dentro l'ombra grande della mamma; le sue mani tremavano d'emozione, mentre cogli occhi spalancati seguiva lo spiegarsi della sottana così larga al disotto che cadeva dalla tavola e nella purezza del suo colore cilestrino pareva una qualche cosa straordinaria in quella camera.

La signora Veronica spianò colle mani l'ultime pieghe.

—A fare una cosetta per bene,—disse lentamente,—ci vorrebbe un modello. Il vestone, che Betta ha indosso, lo tagliai ad occhio e croce, ma questo, che dovrebbe servire per andare fuori qualche volta la domenica, bisognerebbe disegnarlo meglio, non vi pare, signora Adelaide? E poi, ecco perchè non avrei voluto sciupare così la sottana: al vestone occorre mettere qualche cosa di bianco al di sopra e al di sotto, una bavarina, una blonda increspata o a cannoncini, mi capite, non è vero? Ogni stoffa ha le proprie esigenze: lo sapete meglio di me.