La fanciulla si accostò in punta di piedi.

Tina aveva la bocca aperta e gli occhi sbarrati, opachi come un vetro. Betta fece quel solito gesto, quando la chiamava per dirle qualche cosa, ma Tina non si mosse: la sua fronte era quasi verdognola, e il sole fra i capelli pareva accenderle delle fiammoline.

Un freddo sorprese Betta, che non osò chiamare: Tina! Istintivamente volse il capo alle due donne, ma vedendole chine sulla falda della sottana, tornò ancora a guardare Tina. Dormiva? Che cosa era? Betta ripetè il medesimo gesto, allungandole la mano verso gli occhi, e in tale atteggiamento scherzoso, con quel fazzolettone scuro che le fasciava il visetto giallastro, e la camiciuola dalla quale la deformità del suo corpicino appariva stranamente, si sentì anch'essa così ridicola che ne sorrise per la prima.

Ma evidentemente Tina non se ne accorgeva.

Allora Betta si accostò, evitando di guardarla negli occhi, che cominciavano a farle paura, poi colla mano destra le toccò la mano sporgente dal letto. Era fredda.

Un inesprimibile terrore la fece tremare tutta; quindi abbassando la testa, in punta di piedi, senza che le due donne se ne fossero accorte, tornò al tavolo. Anche lei era diventata pallidissima: girò intorno allo spigolo per avvicinarsi alla mamma, ma, involontariamente lo sguardo le tornava sempre a Tina.

Le due donne avevano smesso di parlare, curve sulla gonna cilestrina, già aperta sopra un fianco.

—Voltate il telo: così, bene!

Anche Betta guardava: adagio, silenziosamente, tirò la mamma per la sottana; questa si volse, e vedendo la fanciulla così sconvolta frenò il gesto d'impazienza, che già le sfuggiva.

—Che cosa è?—chiese cogli occhi.