—Vieni,—proruppe con voce sorda, traendosela sulle ginocchia e perdendosele nel viso, nel collo.—La mamma te lo avrà detto; sei contenta, non è vero? Lo sai che sei bella? Dammi un altro bacio: sì, sei bella, il tuo aspetto è un incanto!—esclamò finendo colla mano convulsa di sbottonarle la giacca: ma si arrestò.
—Ah! non hai nemmeno la camicia, hai solo un corsetto.
Ella si rannicchiò dolorosamente ascoltando come una chiamata i guaiti della bambina, che ricominciava a piangere. Forse la creaturina si torceva fra le braccia della madre secondo il solito, finchè vinta questa pure da tale inutile tortura l'abbandonava o veniva dalle vicine a cercare aiuto. Adesso il pianto continuo, lento, pareva non dovesse cessare più.
La fanciulla ne tremava.
Poi un dolore acuto alla mammella sinistra, troppo stretta da una mano troppo pesante, le fece gettare un urlo, mentre l'altro abbracciandola subitamente alle reni la sollevava dalla sedia e col leggiero, grazioso corpo sul petto cadeva attraverso il canapè.
Ella si divincolò cogli occhi sbarrati, i denti stretti, così violentemente che dalle sue ginocchia scivolò quasi per terra: la pelle le bruciava.
—Eh! via,—gridò l'altro riafferrandola ai fianchi.
Ma essa lo guardava col petto nudo, il volto teso verso il suo nello sforzo di una parola suprema, che ne uscì come una fiamma.
—Sono vergine!
Poi le caddero le braccia, e rimase davanti a lui colla testa bassa, come un gran fiore falciato a mezzo. Egli stava sul canapè senza capire, colle ginocchia aperte e il volto smorto di un pallore, che gli si faceva più bianco intorno agli occhi.